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Alex Britti: «Ho fatto un disco come piace a me, autoprodotto e ignorando Spotify»

L'artista presenta il live di oggi alla Casa del Jazz di Roma: farà ascoltare “Mojo”

Alex Britti: «Ho fatto un disco come piace a me, autoprodotto e ignorando Spotify»
di Mattia Marzi
4 Minuti di Lettura
Sabato 25 Giugno 2022, 13:10 - Ultimo aggiornamento: 13:37

Tra gli artisti della sua generazione è difficile trovare persone risolte come lui, che ha da tempo accettato che il mercato è cambiato, che i discografici non investono più in prodotti che non abbiano a che fare con i social e la tv, che il pop di oggi è una gigantesca corsa al ribasso. E di conseguenza s'è rintanato in una nicchia tutta sua. Senza frustrazioni di alcun tipo. Tutt'altro. A 53 anni Alex Britti si concede la libertà di realizzare un progetto che covava da tempo: un disco strumentale. Mojo questo il titolo uscirà l'1 luglio e il musicista romano, considerato uno dei migliori chitarristi italiani in circolazione, lo presenterà stasera in concerto alla Casa del Jazz: «Il sottotitolo dell'album sa qual è? Stica. Finalmente faccio quello che mi pare, senza pensare alle classifiche e a Spotify», dice.
È ciò che dovrebbero fare quelli della sua generazione?
«Sì. Ma dovrebbero farlo anche quelli dell'ultima generazione. Questi nuovi media creano molti nuovi clienti per gli psicologi».
Si riferisce alla tv, ai social, allo streaming?
«Un po' a tutto. I talent sono frutto della cultura dei reality. C'è gente che nasce in tv e poi fa film, canzoni, non si capisce bene a che titolo. Le etichette discografiche non producono più quelli della mia generazione o che non faccia qualcosa che somigli fortemente a ciò che sta ai primi dieci posti della classifica. C'è una clonazione continua. Così si creano solo fenomeni a breve scadenza».
Questo disco se l'è autoprodotto?
«Per forza. Non ho nemmeno provato ad andare a bussare alle porte delle case discografiche: conosco quell'ambiente e non ho tempo da perdere. È cambiato tutto. Io ancora dico: È uscito il disco. Ma non è uscito un bel niente, in realtà: il disco arriverà solo in forma digitale sulle piattaforme. Se farò in tempo uscirò a dicembre con il vinile, per amici e appassionati. Gli stessi che da anni mi chiedevano: A quando un disco di musica blues strumentale?».

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Da quanto ci stava pensando?
«Fosse stato per me, lo avrei fatto uscire già trent'anni fa. Adrenalina, uno dei dieci pezzi contenuti nell'album, risale al '94: lo suonai per la prima volta al Primo Maggio. Avrei voluto includerlo nel mio primo disco, ma i discografici non ne vollero sapere. È sempre stata una lotta».
Cosa l'ha convinta a inciderlo?
«La confusione di questi tempi. Sono cadute tante barriere, si parla di fluidità ovunque e in questo momento può valere tutto. Così mi sono detto: Faccio un disco come mi pare e basta. Era un'esigenza morale, un dovere, prima di tutto verso me stesso. In concerto lo suono tutto, dall'inizio alla fine. Canterò, giusto due o tre canzoni. E non saranno le hit, da La vasca a 7000 caffè».
Le rinnega?
«No. Ma ora mi interessa portare avanti un altro tipo di discorso musicale. A 53 anni, con la carriera che ho avuto, posso permettermi di prendermi una rivincita nei confronti di quei discografici che rimbalzavano le mie proposte. Quanto mi dovetti battere nel 98 per far uscire Gelido come singolo, dopo Solo una volta. Non volevo diventare un tormentivendolo. Mi imposi. E Sanremo, nel 99, mi presentai con Oggi sono io, dalle sfumature r&b: vinsi tra i giovani».

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Che significa Mojo?
«È una parola che ti catapulta nel sud degli Stati Uniti, dove il blues è di casa. Quando ero ragazzino suonavo con un grandissimo bluesman, Louisiana Red (è scomparso nel 2012, ndr). Aveva un laccio di cuoio al collo con un sacchetto di pelle. Lo teneva sempre con sé. Non mi volle mai mostrare cosa c'era dentro. Quello era il suo mojo: un talismano segreto».
Lei ce l'ha, un mojo?
«Sì. Interiore. Ma non le posso rivelare cos'è».

 


Casa del Jazz, Viale di Porta Ardeatina 55. Stasera, ore 21.
 

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