Al Bano: «Io, veterano dell'Ariston per cantare l'Italia. Ora mi sento da Dio»

Al Bano: «Io, veterano dell'Ariston per cantare l'Italia. Ora mi sento da Dio»
di Marco Molendini
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Mercoledì 8 Febbraio 2017, 09:16 - Ultimo aggiornamento: 15:36

SANREMO - «Sto da Dio, ho un carico di adrenalina pazzesco» il nuovo Al Bano, dopo la rettifica all'impianto cardiaco, gonfia il petto e le tonsille. Ieri è tornato in gara al Teatro Ariston dopo sei anni, sfoderando la sua ugola d'acciaio per la quindicesima volta nella sua vita da recordman canoro: «Ne avrei fatte il doppio» spara, gasatissimo per questo ritorno nel luogo che ha segnato la sua storia musicale, a quarantanove anni dal debutto (era il 1969 cantò La siepe): «Non è cambiato nulla e provo la stessa emozione pazzesca della prima volta» racconta.

Allora lei arrivò al nono posto. Stavolta che si aspetta?
«Non voglio fare pronostici, voglio solo cantare al meglio questo pezzo che non è facile, anche se ha l'Italia dentro. Non vorrei, però, che finisse come l'anno in cui venni con E' la mia vita: standing ovation in sala e poi mi piazzai solo al settimo posto».

Cosa ci vorrebbe per vincere?
«Magari un pezzo come Felicità, semplice e pieno di magia. Lo conoscono in tutto il mondo con il suo sapore da tarantella pop. Ma anche quel testo era fortissimo. Era l'82 venivamo da un decennio di lamenti italiani che avevano segnato tutti gli anni 70».

Lei e Romina, gli sposi perfetti, cantavano il loro successo anche come coppia.
«Siamo sempre stati quelli che hanno cantato la loro coppia. Ma eravamo anche un inno che annunciava il cambiamento di clima degli anni 80».

Anche oggi l'Italia vorrebbe lasciarsi alle spalle un periodo non particolarmente felice.
«Si, infelice politicamente, economicamente, socialmente. Anche la natura si accanisce con le migliaia di scosse di terremoto in Italia centrale».

C'è sempre il popolo di Al Bano pronto a votarla?
«La gente mi crede, sa che non ho mai bluffato».

Anche negli ultimi tempi con Romina, quando non eravate più la coppia felice di prima?
«Quando è finito il rapporto abbiamo anche smesso di cantare insieme. All'ultimo spettacolo, nel 94 a San Siro, c'erano 40 mila persone. Ho preso Romina e le ho detto: guarda un pubblico così non lo vedrai mai più».

Ha saputo che sarebbe tornato al festival prima dell'infarto?
«Lo sapevo da settembre. Avevo pronte quattro canzoni, due firmate da Depsa, più un'altra e Di rose e di spine. Poi il 9 dicembre sono finito in ospedale. Un miracolo: ero a due passi dal Vaticano e dall'ospedale Santo Spirito. Mi hanno subito operato. Mi sono detto: speriamo di farcela ad andare a Sanremo. Il Festival per me è importante. Manco dalle classifiche da un po' di tempo. E non sono come tanta gente che qui ha avuto fortuna e poi ha girato le spalle. Rinnegare le radici è una cosa che mi dà fastidio. Viva la faccia di Fiorella Mannoia».

Ora fa una vita più sana?
«Non mangio quanto vorrei. Non bevo più un litro di vino ma solo un bicchiere e poi cammino. E mi sento meglio di prima».

In 50 anni di successo, qui c'è venuto 15 volte. Avrebbero potuto essere di più?
«Un paio di volte mi hanno bocciato. La prima avevo un brano fantastico di Baldan Bembo, la seconda ero senza casa discografica e tornavo a farmi vivo dopo 4 anni di lavoro all'estero».

Nella serata delle cover ha scelto Pregherò di Celentano.
«È un modo per ricordare il mio primo contratto con Il Clan, quando ero ancora un metalmeccanico in cassa integrazione. Il provino fu un pezzo che si chiamava Man's temptation. Mi dissero: se lo impari ti facciamo fare il disco. Ho passato la notte a sentirlo imparandolo a memoria senza conoscere l'inglese. Sono stato il primo italiano a cantare il blues».

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