Quando il destino va in meta: le parabole parallele del rugby, prima osteggiato e poi esaltato dal Fascismo quindi all'indice nel dopoguerra, e del pittore futurista romano Ottorino Mancioli

Mischia di Ottorino Mancioli
di Paolo Ricci Bitti
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Mercoledì 9 Marzo 2016, 13:59 - Ultimo aggiornamento: 30 Agosto, 22:02

Fascistissimo dilemma a cavallo degli anni Trenta: come tradurre “rugby” in italiano per cancellarne l'insopportabile origine inglese? Quesito attuale dopo il boom di spettatori dell'Olimpico per i match del Sei Nazioni: perché in mezzo al crescente entusiasmo ovale salta sempre fuori qualcuno che «sì, bello il rugby, però, insomma, si sa che è lo sport della destra».

Strana la parabola del rugby in Italia: prima osteggiato dal Fascismo, poi esaltato dal Regime e quindi, nel dopoguerra, a lungo messo all'indice dagli antifascisti. All'indice, per di più, insieme a chi lo aveva trasformato in opera d'arte come il pittore tardo-futurista Ottorino Mancioli.

Rugby e arte: Ottorino Mancioli, quando il destino va in meta, i manifesti entrati nella storia dello sport

Intanto non è vero che il rugby è stato inventato dagli inglesi! Che diamine - venne raccontato alla Gioventù italiana del Littorio - duemila anni prima erano stati i legionari di Cesare a spiegare ai Celti, su su fino al vallo di Adriano, come si ingaggiavano quelle maschie mischie attorno a una palla di pelli di capra, ovvero il romanissimo gioco dell'harpastum.

Quindi quel nome inglese proprio non andava: epperò se da volley-ball a palla a volo il passo è banale, non è facile rendere in italiano Rugby Football, ovvero il calcio giocato alla maniera di Rugby, la città inglese nel cui college venne codificato il regolamento nel 1846. Mica quisquilie: il problema era in evidenza sulla scrivania di Achille Starace, il segretario del Partito Fascista che aveva firmato il più stentoreo e inderogabile ordine per i futuri cittadini dell'Impero.

L'ORDINE CATEGORICO

«Il giuoco del Rugby, sport da combattimento, deve essere praticato e largamente diffuso tra la gioventù fascista». La frase campeggiava, insieme al cubitale RUGBY, sotto i due magnifici manifesti commissionati nel 1929 a Ottorino Mancioli, giovane artista romano del secondo futurismo, raffinato testimone della pratica sportiva: le sue opere, realizzate anche con il fratello Corrado, dedicate a tennis, canottaggio, lotta, calcio, ginnastica, boxe e atletica, sono state premiate ai massimi livelli in Europa e negli Stati Uniti. Nel primo manifesto (azzurro col caschetto) in calce c'è “Federazione Italiana Rugby”, mentre nel secondo (placcaggio in rosso) appare “Federazione Italiana Palla Ovale”. E meno male che poco venne usato il terribile Federazione Rugbi (con la tragicomica “i” finale).

Ecco, la traduzione era stata compiuta, innescando così la condanna al pregiudizio che dal 1945 agli anni '70 colpirà il rugby e Mancioli. Eppure fino al 1928 il Regime, come del resto lo sport italiano egemonizzato dal calcio, considera le mischie del rugby un inutile divertimento per rari energumeni ideato da quegli snob degli inglesi, il popolo dei cinque pasti. E sono davvero in pochi, nello Stivale, a conoscerlo. Poi però il calcio batte a vuoto: scandali (scommesse, che altro) e la considerazione che gli atleti sviluppino solo le gambe e non si mostrino compatti nel gioco d'insieme.

Lo sport è tuttavia una leva importante del consenso e allora arriva il momento del rugby, fisicamente più completo: piace il leale e coraggioso spirito di combattimento, l'essere squadra in campo e fuori. Uno sport «adatto a forgiare le nuove generazioni fiaccate altrimenti da melanconie crepuscolari e abituate alla bambagia morale», scrive Aldo L.Cerchiari nel primo manuale stampato in Italia da Sonzogno appunto nell'anno V (1928) dell'era fascista, lo stesso in cui viene fondata la Federazione italiana rugby. 

I MANIFESTI
I grandi manifesti (due metri per uno) realizzati con l'aero-penna da Mancioli vengono spediti alle Prefetture e affissi in ogni angolo d'Italia contribuendo in maniera decisiva alla diffusione del rugby che diventa sport di prima categoria per Gil, scuole del partito, organizzazioni paramilitari.

Credere, obbedire, placcare: nel 1929 il primo campionato, il debutto della Nazionale, i servizi a raffica dell'Istituto Luce. Niente ferma l'avanzata del rugby. Anzi no: nel '30 il Coni scioglie a sorpresa la Fir, forse per un ritorno di sentimento antialbionico. Ma lo stesso si continua fortissimamente a giocare e nel 1932 il Coni ci ripensa: nasce la Federazione italiana palla ovale, addio odiati anglismi per il pronipote dell'harpastum. Da adesso Regime e mischie non si lasceranno più.

Nello stesso anno Ottorino Mancioli compie 24 anni, si laurea in Medicina e subito si distingue alle Olimpiadi dell'Arte a Los Angeles: i suoi dipinti, elegantissimi, spaziano su tutti gli sport. Va forte anche nella pubblicità.

Dopo lo scoppio della guerra passa dalla Marina ai paracadutisti della Folgore e l'anno dopo, 1942, si ritrova, senza paracadute, nell'inferno di El Alamein. Una notte, pur colpito a un braccio, con tre bombe a mano sbaraglia una pattuglia neozelandese e salva alcuni compagni feriti. Al ritorno in Italia verrà decorato, ma nel dopoguerra il dolore per il braccio che non funziona bene è nulla rispetto a quello per l'ostracismo a cui verrà condannato per lunghi anni. L'etichetta di artista del Regime fatica a stingersi, così come quella del rugby-palla ovale, sport (ugualmente suo malgrado) fascistissimo.

Paolo Ricci Bitti



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I FUMETTI SULLA ROSEA VOLUTI DA GIANNI BRERA
«Nel dopoguerra - racconta Laura Mancioli, figlia dell'artista morto nel 1990 - per mio padre divenne molto difficile continuare a proporre le sue opere pittoriche. La prese con filosofia, celando l'amarezza con orgoglioso distacco e impegnandosi nel lavoro di pediatra: ha curato generazioni di romani. Poi l'amico Gianni Brera, conosciuto tra i parà a Viterbo e divenuto direttore della Gazzetta dello Sport, lo chiamò affidandogli la cronaca di eventi sportivi attraverso disegni rapidi, spontanei. Fu una prima dimostrazione di fiducia che negli anni lo aiutò a tornare alle esposizioni che, come il pilotaggio di piccoli velivoli, non abbandonò più fino alla morte improvvisa». 

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LA MOSTRA
Fino al 31 marzo è aperta la mostra Il dialogo silente: lo sguardo nelle opere di Ottorino Mancioli, galleria Fidia Arte Moderna Via Angelo Brunetti, 49, Roma, tel. 06 3612051.
Opere immediate, realizzate con pochi tratti, che sono anche metafore la cui interpretazione è lasciata al pubblico: dalla grande produzione di Ottorino Mancioli, (1908-1990) pittore tardo-futurista affascinato dall’art deco, vincitore di premi internazionali e autore di manifesti pubblicitari o di propaganda entrati nella storia, ma anche eroe di guerra e medico, ecco Il Dialogo silente, rassegna incentrata sul gioco di sguardi che, a una seconda lettura più attenta delle opere, contribuisce alla messa in moto delle figure, spesso coppie molton chic, a creare una sottile tensione tra di loro, a farle comunicare e a lasciar immaginare a noi delle situazioni, scene di vita vissuta.  

twitter: @paoloriccibitti
 

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