Da Zola a Proust, consigli ai giovani scrittori

Venerdì 19 Dicembre 2014 di Luca Ricci
Gustosissimo il libretto “Troppe puttane! Troppo canottaggio!” (minimumfax, pag. 128, 10,00 €) curato da Filippo D’Angelo, che parte come un’operazione di taglia e cuci per approntare un manuale di consigli di scrittura e arriva a lambire alcuni nodi nevralgici della critica letteraria moderna.



Innanzitutto c’è la questione del realismo. Benché, come è stato scritto di recente da più parti, la realtà sia molto meno noiosa della fantasia (cosa c’è di più fantastico di un fiore, di un cocomero, di una medusa?), è pur vero che la scrittura letteraria è nata non tanto per aderire al mondo, quanto per iniettare dentro alle cose una dose, talvolta mortale, d’ambiguità.



Flaubert, descrivendo in una lettera i meccanismi della sua creatività, sostiene che “l’immagine interiore è per me altrettanto vera della realtà oggettiva delle cose, e dopo pochissimo tempo ciò che la realtà mi ha fornito non si distingue più dagli abbellimenti o modificazioni che vi ho apportato”. Maupassant- che di Flaubert fu discepolo- nel manifesto narrativo Le Roman scrive che “se il realista è un artista, cercherà non tanto di mostrarci la fotografia banale della vita, quanto di darcene una visione più completa, più intensa, più probante della realtà stessa”. La pensa così perfino il positivista ottocentesco per eccellenza, Zola. Il padre del naturalismo francese in uno scritto programmatico conosciuto come La lettera degli schemi si lascia sfuggire che “la realtà è impossibile in un’opera d’arte”. Insomma non c’è moto del ‘48 o guerra franco-prussiana o Comune che tenga (ma si potrebbe dire la stessa cosa dell’11 settembre o, per restare all’Italia, del pozzo di Vermicino): la letteratura è quella cosa che nasce come calco della realtà, e poi a poco a poco, subdolamente, si sostituisce ad essa.



E i consigli di scrittura a beneficio degli aspiranti scrittori? Deliziosi. “L’orgia non è più la sorella dell’ispirazione. L’ispirazione è, nel modo più assoluto, la sorella del lavoro quotidiano” scrive Baudelaire nei Consigli ai giovani letterati. Allo stesso modo Gide gli farà eco nei Consigli a un giovane scrittore: “Ogni opera d’arte è un problema risolto; un problema composto da una moltitudine di piccoli problemi correlativi ciascuno dei quali attende da te la sua soluzione particolare, ossia la parola giusta. Allo stesso modo, ciò che i romantici chiamano ispirazione si suddivide in un’infinità di piccoli sforzi”. O ancora Proust ne Il tempo ritrovato: “La vera vita, la vita infine scoperta e illuminata, la sola vita che di conseguenza sia pienamente vissuta, è la letteratura”.



Quale sarebbe, a voler tirare le somme, il tema predominante di questi consigli snocciolati dal manipolo di scrittori francesi abilmente radunati da Filippo D’Angelo? Il consiglio dei consigli potrebbe esser questo: che la scrittura è un lavoro, o quanto meno che se si vuole raggiungere un risultato apprezzabile bisogna considerarla come tale (al bando Muse, Talento e compagnia). Con un corollario implicito: scrivere è faticoso. E tutta questa abnegazione, sarà bene tenerlo a mente, per ottenere una cosa abbastanza impalpabile: la misurazione della nostra triviale, talvolta prosaica e perfino prevedibilissima, immaginazione.



Luca Ricci (Twitter: @LuRicci74) Ultimo aggiornamento: 20 Dicembre, 10:50

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