La Roma del poeta-reporter Giorgio Caproni nel saggio di Marco Onofrio

Lunedì 21 Marzo 2016 di Renato Minore
I ponti, le case abitate in via Goffredo Mameli, via dei Quattro Venti, via Pio Foà, i rumori dei tram, le latterie, i veloci treni notturni alla stazione Tiburtina... Alla «luce rossa di Roma», Giorgio Caproni ha dedicato moltissimi testi, versi racconti lettere testimonianze varie, in cui i sentimenti si definiscono in macchie colorate anche forti, in paesaggi che hanno una concretezza piena e dolorosa e, talora, una concentrazione quasi onirica e abbagliante: «Dimenticherò la mia stanza solitaria e sarò con Mafai sul Ponte Garibaldi, un ponte com’è nel nostro cuore, più vivo e più vero che nella realtà», così egli scrive attratto dalle squillanti campiture della Scuola Romana.

Un rapporto anche contraddittorio e intermittente, il suo, per la sua «terza città», rispetto a quello per la Livorno di sua madre Annina e per la sua «Genova di tutta la vita». Che oscilla tra lo stupore sempre rinnovato e il disincanto sempre in agguato: «Roma mi abbagliò (letteralmente mi abbagliò) negli ultimi anni Trenta, quando vi calai per la prima volta. Dico la Roma classica più che barocca».

«Mi par d’essere un pesce fuori d’acqua – a Roma mi trovo sempre peggio ”proprio qui». «Purtroppo o per fortuna», secondo le sue stesse parole, Caproni abitò nella capitale dall’immediato dopoguerra sino al giorno della sua morte, il 22 gennaio del 1990, l’aveva scelta come il luogo, dove vivere e lavorare.” A Roma dov’io ho fatto il possibile e l’impossibile per rimanere”. Il viaggio dentro questa ”sua” Roma - che non è una città, ma è un mondo intero, visto da «un poeta della città e non dei paesaggi tradizionali» - è un viaggio assai affascinante e ancora da illuminare nella sua complessità. anche se Caproni forse è stato uno degli autori della nostra letteratura che negli ultimi venti-trenta anni più letto e studiato. E’ la forza di attrazione della sua opera cresciuta con l'intensificarsi della sua problematicità, sempre più esplicita e radicale. Caproni (come ha ben scritto Alfonso Berardinelli) non sprecava parole, le risparmiava. Non chiedeva al lettore nessuna particolare pazienza e condiscendenza. Il primo a essere impaziente era lui. Impaziente con se stesso, con la scrittura, con le verità che possono rivelarsi o sparire all'improvviso, con un io pensante capace di spogliarsi di ogni peso, estensione e durata, per concentrarsi nel punto geometrico di un assoluto presente

Il viaggio dentro e intorno a Roma Marco Onofrio (“Caproni e Roma” Edilazio) l’ ha intrapreso attraverso la sua analisi puntualmente esibita nella sua ampia documentazione e intelligentemente condotta con il suo racconto critico assai persuasivo nel costruire una “immagine di città” caproniana,viva e rappresentativa, piena di forza, di tensione,di energia, di un bagliore chiaroscurare che ne rafforza l’idea complessiva. Qual è la Roma di Caproni? È la Roma delle grandi voci del Novecento da Gadda a Bertolucci, da Pasolini a Bassani, dei grandi giornali e delle riviste di cultura, della Rai e della Radio di via Asiago, dei premi letterari e del cinema. Ma è luogo carico di storia e di suggestioni che nel 1938 gli aveva aperto le porte, una città segreta, fatta di scrittori e di pittori desiderosi di "assorbirne tutta l’energia creativa". E’ la Roma delle borgate di Pietralata e del Tiburtino III, su cui il “poeta-reporter” scrive sul Politecnico di Vittorini due splendidi reportage scoprendo il volto livido della periferia: «Malinconici agglomerati di piccole abitazioni […]hanno tutta l’aria di moderni lazzaretti […].

Col tempo Caproni si sente, in misura via via crescente, uno “spatriato”. Negli anni Sessanta sui giornali aumenta la sua attenzione nei confronti della speculazione edilizia che investe le città italiane e, negli anni Ottanta, punta l’indice contro il crescente razzismo che domina la capitale e che denunzia anche su ”Il Messaggero. Ricordo ancora la ferma convinzione con cui nelle sue parole che raccoglievo affermava di non credere allo “stereotipo delinquenziale: gli zingari sono gente indipendente che non si assoggetta a nessuna legge, non accetta la legge della nostra società”.

«Questa città meravigliosa, che è la più ospitale di quante ne conosciamo» diventa anche la triste Roma dei grandi casamenti in condominio dove «a fatica l’impiegato o l’operaio riesce a raggiungere la sera, stipato in un autobus ed estraneo fra i suoi simili, come se ogni volta, anziché tornare a casa, si recasse in esilio». Un sentimento di paura "non di essere aggredito, ma proprio di paura esistenziale" che si trasmetterà nei versi folgoranti dedicati alla strada dove abita: "Una giornata di vento./ Di vento genovesardo./Via Pio Foà: il mio sguardo / di fulminato sgomento".

Di quello “sgomento”, Marco Onofrio scrive parole assai pertinenti nel suo racconto critico che è anche un prezioso avvio alla lettura caproniana, grazie alla misura del poeta che anch’egli è , alla precisione per nulla “tecnica” o critico- gergale con cui egli conduce le sue analisi. Uno “sgomento” quello di Caproni che (ricordo ancora) si presentava come la dolorosa questione, era la “non chiusa ferita” con cui il poeta concludeva una nostra conversazione a metà degli anni Ottanta quando mi aveva in più maniere ripetuto di essere stato un tempo entusiasta di Roma, che poi gli era piaciuta sempre di meno, gli era sembrava sempre più estranea: “Io conoscevo bene questi posti, Pasolini abitava da queste parti, lo andavo spesso a trovare, passeggiavamo insieme. Ma erano molto diversi, avevano un carattere popolare, se non plebeo. Poi tutti hanno fatto i quattrini, chissà come, hanno la macchina, casa al Circeo. Ma non si sa più cosa siano: non sono né proletari né borghesi. Vivono in un quartiere residenziale gonfi e sazi. Mi dà un senso di solitudine terribile non poter agganciare questa gente: ma insomma chi siete? Mi sgomenta questo non sapere le loro origini”.




  Ultimo aggiornamento: 23 Marzo, 19:09 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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