La Rivoluzione e la fine dei Romanov, l'anno che sconvolse la Russia nel libro di Dragosei

La Rivoluzione e la fine dei Romanov, l'anno che sconvolse la Russia nel libro di Dragosei
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Sabato 6 Ottobre 2018, 00:20 - Ultimo aggiornamento: 8 Ottobre, 18:17

Esce in questi giorni La rivoluzione russa e la fine dei Romanov di Fabrizio Dragosei (Mursia). Il libro è un racconto dell’anno che, cento anni fa, sconvolse la Russia con la rivoluzione e segnò la fine dello Zar, della sua famiglia e dell’intera dinastia dei Romanov che aveva regnato per trecento anni. Ne anticipiamo alcune pagine.

di Fabrizio Dragosei
Gli eventi che si svolsero il 10 febbraio 1918 a Brest-Litovsk, dove avvenivano le trattative di pace tra i rappresentanti del nuovo governo russo e quelli degli Imperi centrali, ebbero lati quasi comici. Di fronte all’insistenza della delegazione tedesca perché non si perdesse più ulteriore tempo e alla presentazione di una mappa con le richieste territoriali di Berlino, Trotskij fece una dichiarazione che lasciò i suoi interlocutori stupefatti: «Noi rimuoviamo i nostri eserciti e il nostro popolo dalla guerra. I nostri soldati-contadini devono tornare alla loro terra per coltivare in pace i campi che la rivoluzione ha dato loro togliendoli ai latifondisti […] Noi usciamo dalla guerra. Informiamo tutti i popoli e i loro governi di questo fatto. Stiamo per dare l’ordine per una generale smobilitazione di tutti gli eserciti che attualmente fronteggiano le truppe della Germania, dell’Austria-Ungheria, della Turchia e della Bulgaria. Aspetteremo con la forte convinzione che altri popoli seguiranno presto il nostro esempio».

Due giorni dopo il discorso di Trotskij, gli Imperi centrali iniziarono a muovere le truppe su tutti i fronti, con le trincee russe oramai svuotate. I tedeschi avanzavano in treno come turisti, prendendo una città dopo l’altra: Dvinsk, Minsk, Pskov, praticamente l’intera Ucraina.

La questione dell’uccisione dell’intera famiglia imperiale era stata discussa più volte da Lenin, Sverdlov e Trotskij. Il fondatore dell’Urss aveva deciso da tempo di eliminare tutti i Romanov. Tra l’altro, si può dire che era una questione di famiglia: il primo marzo del 1887 il fratello maggiore di Vladimir, Aleksandr, aveva tentato assieme ad altri di assassinare lo Zar Alessandro III proprio nell’anniversario dell’uccisione del padre Alessandro II da parte di rivoluzionari. Scoperto dalla polizia, il fratello di Lenin era stato processato e poi impiccato.

Lenin aveva già scritto in un articolo cosa bisognasse fare con i Romanov: cancellare «l’intera lista dei nomi».

Una squadra di fedeli soldati, in parte tiratori lettoni armata di fucili e pistole era stata già preparata quando nel cuore della notte tra il 16 e il 17 luglio i Romanov vennero svegliati con l’ordine di prepararsi a partire immediatamente. Fu loro spiegato che si era creata una situazione di incertezza e che quindi bisognava raggiungere un luogo più sicuro. La Zarina e le figlie indossarono di nascosto le sottovesti all’interno delle quali avevano pazientemente cucito durante la prigionia chili e chili di pietre preziose che avrebbero dovuto essere utili in caso di fuga ed esilio. Così, in realtà, si ritrovarono a indossare delle specie di corsetti antiproiettile che complicarono non poco le cose per gli assassini.

La famiglia fu radunata nella cantina che Yurovskij aveva già ispezionato, ma evidentemente non con cura: aveva una piccola finestra dalla quale potevano uscire i suoni degli spari e muri di mattoni sui quali sarebbero poi rimbalzati i proiettili. Dopo che lo Zar e la moglie furono fatti sedere su due sedie portate all’ultimo minuto, Yurovskij annunciò con concitazione che «il Soviet dei lavoratori» aveva deciso di giustiziarli. Nicola, preso alla sprovvista, fece appena in tempo a chiedere «Cosa?» quando fu raggiunto da un colpo sparato dallo stesso Yurovskij.

Altrettanto inefficienti gli uomini della Cheka si rivelarono nel trasporto e nell’occultamento dei corpi. Il camion si impantanò; altri mezzi rimasero in panne. Le vittime furono prima gettate nel pozzo di una miniera. Ma i carnefici avevano fatto male i conti perché il pozzo era troppo poco profondo. I corpi rimanevano lì, mezzi immersi nell’acqua. Così si decise di tirarli fuori per portarli in un luogo più sicuro. Prima li bruciarono parzialmente e li sfigurarono con l’acido per rendere più difficile il riconoscimento. Poi furono nuovamente caricati sul camion.

Poco più avanti però il mezzo rimase bloccato in una buca della mulattiera. Troppo stanchi per proseguire, mentre oramai temevano di essere visti da qualcuno, gli agenti della Cheka scaricarono i corpi in quella stessa buca e quindi la coprirono con alcune traversine ferroviarie che avevano usato per far ripartire il camion e che formarono una specie di ponticello.



 

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