Quegli intrecci tra informazione e spettacolo:
ecco i saggi di Eco, Augè e Didi-Huberman

Venerdì 17 Aprile 2015 di Carmine Castoro
Umberto Eco, manco a dirlo, ha le idee chiarissime sulle tanto sovrastimate autostrade informatiche di Internet: “il Web è l’impossibilità di discernere ciò che è attendibile da ciò che non lo è”, conclusione saggia e disarmante alla quale il noto semiologo sarebbe arrivato dopo aver constatato, per esempio, che su Wikipedia “qualunque imbecille può aggiungere qualunque cosa”, comprese parentele e sposalizi sbagliati sulla sua persona, come lui stesso racconta, figurarsi in campi dove abbiamo scarsissime o nulle possibilità di contestare ciò che vediamo scritto, e che prendiamo per oro colato come se fosse stato vergato da illustrissimi premi Nobel…



In un libro prezioso, “La forza delle immagini” (Franco Angeli) all’interno di una collana di studi sulla comunicazione curata dal sociologo Vanni Codeluppi, Umberto Eco, Marc Augé e Georges Didi-Huberman, in tre saggi distinti, ci offrono un importante monitoraggio sugli intrecci fra informazione e spettacolo, un vademecum utilissimo per capire come si sia distorta quell’estetica del reale mediata da icone, news, parole, discorsi pubblici, vocabolari politici, e cosa si possa fare per cercare di ricucirla, re-inventarla, salvarla dalla saturazione e dall’insignificanza. La pars destruens, come è anche giusto che sia, prevale nettamente su quella costruens, ma spalanca ugualmente veri e propri canyon di riflessione e osservazione critica della tv e del virtuale in primis.



Saremmo passati, insomma, a detta dei tre insigni filosofi, da una Macchinazione tutta mentale e passionale tipica di chi ordiva congiure secoli fa, agli ingranaggi e ai linguaggi di una Macchina che ha know-how da esibire e percorsi da compiere, finché la velocità acquisita e la smaterializzazione delle parti tipica di un Tele-Stato non l’hanno surcodificata in una vera e propria Macina di cui si intravedono ormai a malapena sezioni, direzioni, volizioni. La Macina uccide l’Umano così come lascia scomparire sullo sfondo, tradendoli, i suoi stessi luogotenenti.



Era già insuperabile, a mio avviso, la sintesi che di questa irrefrenabile quanto devastante categorizzazione spazio-temporale che sovrapponiamo al dato empirico faceva il filosofo Regis Debray nel suo testo “Lo Stato seduttore”. Una “reggenza mediatica” - diceva - che “viene esercitata da processi di funzionamento di un sistema macchinoso il cui controllo sfugge ai suoi macchinisti, i giornalisti, che sono i primi a soffrirne (in ordine cronologico). E qui sta la forza dell’impresa: qui non vi è un rapporto di esteriorità tra l’utente e l’utensile. L’istituzione del reale per mezzo della sua rappresentazione, oppure la fabbricazione del fatto per mezzo del suo racconto mediatico, incorpora la costrizione alla fonte stessa non come un dato di esperienza tra gli altri, ma come la condizione a priori di ogni possibile trasmissione di esperienza. Il condizionamento da infrastruttura non risiede dunque nella parzialità dei messaggi, ma nella loro modalità, e la neutralità politica dei protagonisti (ipotesi impossibile) così come la deontologia più scrupolosa (ipotesi questa possibilissima) attenuerebbero senza sopprimerla la sua forza di gravità. La macchina è “trascendentale” non per il messaggio che trasmette, ma perché modalizza e modellizza qualsiasi messaggio”. Ciò che McLuhan con uno stupendo parallelismo, in un altro libro della stessa collana Franco Angeli dedicato alla sua intervista rilasciata nei tardi anni ’60 a Playboy, intendeva dicendo: “Il contenuto o il messaggio di ogni singolo medium ha circa la stessa importanza delle decorazioni del rivestimento di una bomba atomica”.



Se Debray diceva: “Si intende per “ideologia” una certa disposizione a priori dello spazio, del tempo e dei segni”, Umberto Eco ricorda parallelamente che Berlusconi, alle fatidiche dieci domande de La Repubblica sul conflitto di interessi fra premierato e bunga-bunga, non rispose nella sostanza, ma con un servizio fotografico apparso su Chi che lo ritraeva nel suo privato con la famiglia.

Incalza Didi-Huberman: “La censura rende le immagini invisibili, ma il flusso indifferenziato, la sovraesposizione mediatica delle immagini le rende, allo stesso modo, inguardabili, veicolando, in fondo, lo stesso effetto di interdizione”. Insomma, le immagini sarebbero sempre più legate a una sorta di ciecosordomutismo, nonostante la loro liberalità, la loro lucentezza, l’essere sempre a portata di mano come una realtà ready-made.



Marc Augé parla di “falsa socialità” e di “negazione intima”, proprio a sottolineare che il Tele-Capitalismo è tutto compreso in questo effetto bipolare della fiction, che non rinfocola mai la nostra voglia di interrogarci sul “retro” di una notizia o di un personaggio, sicché, per dirla ancora alla Eco, se la guerra in Iraq è stata generata da un falso della CIA e, parallelamente, si è capaci anche di pensare che lo sbarco sulla Luna sia avvenuto negli Studios di qualche major cinematografica, si arriva al paradosso secondo cui “le teorie del complotto producono del falso specularmente a certe pratiche della politica internazionale”.

Eco è ancora più ficcante su queste spirali manipolatorie nel suo ultimo libro “Numero zero” (Bompiani) dove immagina che la redazione di un nuovo quotidiano, particolarmente battagliero e sempre sul “pezzo”, cominci a esercitarsi per l’uscita del giornale in edicola. Giornale che, però, non è stato pianificato per uscire, perché l’editore vuole solo spaventare con la freschezza delle sue risorse, materiali e intellettuali, i poteri forti della Finanza e gli apparati politici, nei cui salotti collusi e decisionisti intende solo entrare, senza spargere vittime a furor di inchiesta. Se, dunque, il giornale non uscirà davvero mai, i giornalisti che erano parte del progetto verranno considerati vittime eccellenti di una indipendenza di pensiero malripagata dal mercato editoriale esistente, e nessuno saprà mai nulla delle complicità infra-istituzionali sottese a tutta l’operazione. Fantapolitica? Distopia? Catastrofismo? Tutt’altro.



Siamo solo del tutto fuori dal sacro e dal celebrativo, dal cerimoniale e dal persuasivo, abbiamo abiurato le simbologie dell’altare e del trono, del podio e della cattedra, della vita ultraterrena e della nazione, del prestigio artistico e del codice etico, dell’Illuminazione e della Elezione, per ritrovarci in una mobilitazione incessante e compressiva, oracolistica e miracolistica, inverificabile e omogeneizzante, tipica delle immagini televisive e internettistiche, che è di tipo meramente tecnologico, rotazionale, priva quasi di terrestrità.



La soluzione dell’intrigo ipermediatico? “Non c’è paradiso dell’immagine, non c’è innocenza dello sguardo”, dice Didi-Huberman. L’immagine deve tornare a “svestirsi” e “svestirci”, a non essere autistica e totalizzante, e soprattutto a mettere in discussione le nostre certezze acquisite, la pelle e la corazza concettuale entro cui viviamo tranquilli come animali imbalsamati. Deve tornare a diventare simbolicamente profonda, intima, guerreggiata. Mai appagata, mai senza resti. Diversamente abbiamo, con Eco, il “neopaleo”, che sembra essere la categoria estetica più intrinseca al postmoderno, un movimento a indietreggiare.

E sarà mai un caso, se in questa fase di tv che guarda solo al passato e alla stabilizzazione degli ascolti, sia riapparso su Italia 1 il caro vecchio Karaoke di Fiorello, dopo vent’anni dalla sua chiusura, e su Canale 5 sbaragli gli ascolti la classica vetusta telenovela sudamericana con i Gonzago, le Soledad, le Pepa e i Tristan? No, di caso proprio non si tratta.

Ultimo aggiornamento: 20 Aprile, 21:29

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