"Ognuno potrebbe", il nuovo romanzo di Michele Serra

Domenica 18 Ottobre 2015 di Giorgio Biferali
È possibile immaginare un mondo dove le persone che incontri, quando cammini per strada, ti vengono addosso perché soffrono della «sindrome dello Sguardo Basso», la stessa sindrome che impedisce alle coppie di parlarsi e di guardarsi negli occhi. Un mondo dove tutti parlano per sentito dire, anche se nessuno ti ascolta. Un mondo dove la parola “io” viene prima di tutto.



Questo mondo, che Michele Serra racconta in "Ognuno potrebbe", il suo nuovo romanzo pubblicato da Feltrinelli (pp. 160, 14 euro), non è altro che il nostro. Giulio Maria, figlio di Giulio e di Maria, è un antropologo trentaseienne che vive ancora con la madre, che fa un lavoro precario, e forse inutile, insieme al suo amico Ricky, un eterno ottimista: studiano le esultanze dei calciatori. Chi prende a calci i cartelloni pubblicitari dietro cui sono seduti i fotografi, chi guarda fisso nelle telecamere con aria di sfida e si toglie la maglietta mettendo i mostra i tatuaggi, chi si fa un selfie con la curva piena di tifosi che esultano alle sue spalle. Piccoli gesti che raccontano un’umanità sempre più narcisista.



La fidanzata di Giulio, Agnese, è una di quelle che soffrono della sindrome dello Sguardo Basso, passa le giornate con la testa china rivolta al suo «egòfono», la traduzione italiana di iPhone coniata da Serra, che quando è in compagnia di Giulio guarda spesso il telefono, dà un’occhiata alle mail, invece di parlare con lui. Nella città dov’è nato e cresciuto, una sorta di «non luogo» che Giulio chiama «Capannonia», la visione di un cinghiale provoca una serie incessante di monologhi da parte dei suoi abitanti, il «Grande Dibattito» dell’umanità, che fanno tutti parte del circolo «A me non la danno mica a bere».



Giulio, che a scuola prendeva sempre “sei meno”, che nelle foto preferisce nascondersi piuttosto che mettersi al centro cambiando faccia o indicando qualcuno, che rimane affascinato dall’esultanza di un calciatore che apre le braccia senza fare nient’altro, che è abituato da sempre a starsene in disparte, si sente spaesato e vive in uno stato d’ansia perenne. Gli altri, ai suoi occhi, sono diventati troppo ingombranti. Il capannone di suo padre, che era un ebanista, è l’unica cosa materiale che gli è rimasta. Quel padre che parlava poco e lavorava molto, e che quand’era piccolo gli aveva dato uno schiaffo perché in un discorso aveva usato troppe volte la parola “io”: «Dissi a mia madre: “Ma io non è una parolaccia!”. Lei mi rispose che non lo era. Nessuno di noi poteva immaginare che lo sarebbe diventata».



Il lettore ride e si diverte, con lo sguardo basso rivolto al romanzo di Michele Serra, perché in queste pagine riconosce il mondo che lo circonda, che è cambiato e che non finisce mai di cambiare, e soprattutto perché riconosce se stesso. Ma alla fine il lettore alza sguardo e capisce che sì, «ognuno potrebbe fare molto meglio», compreso lui. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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