“Il mondo non esiste”, il paradosso-flop del filosofo Markus Gabriel

Domenica 26 Luglio 2015 di Carmine Castoro
Esistono le streghe. Esistono i trolls. Esiste quel corpuscolo celeste perso in qualche lontana galassia, che sfugge al mio sguardo e viene catturato solo da un potentissimo telescopio. Esiste tutto, o tutto può esistere. Tutto tranne il mondo. La suggestiva provocazione è di Markus Gabriel, giovanissimo filosofo tedesco, appena 35enne, e già docente di Epistemologia e Filosofia moderna e contemporanea all’università di Bonn. In questo suo “Perché non esiste il mondo” (Bompiani) Gabriel ci spiega che ogni oggetto, da quello più verificabile a quello più astratto e bizzarro, può esistere, a patto di essere inserito in un orizzonte di senso all’interno del quale trova collocazione e un suo ordine di grandezza. Includendo, pertanto, anche le realtà più fantasmatiche come i sentimenti, i personaggi delle fiction, i mostri delle mitologie o pianeti e costellazioni che non fanno parte del repertorio della nostra quotidianità, l’esistenza si definisce come un insieme di campi di senso che possono intrecciarsi e sovrapporsi fra loro, in un prospettivismo che genera significato, appartenenza, fiducia con l’ambiente, strumentale ed emotiva.



Ciò che non si può cogliere, a questo punto, è proprio il “mondo” in quanto tale, inteso come “campo ultimo che abbraccia la totalità”, poiché il mondo stesso è l’insieme di tutte quelle cose che possono essere dette e inquadrate negli assiomi di singole discipline, di singole forme di ricerca e rappresentazione, di singole esperienze dotate di ragione. Non c’è un fatto chiamato “mondo”, insomma, ed è per questo che Gabriel è contro le metafisiche, sia scientiste che religiose, poiché esse offrono di ciò che appare un valore unico, eterno, normativo: la scienza basandosi sulle leggi della fisica, la teologia sulle verità senza tempo di Dio, della fede e del piano provvidenziale affidato all’uomo. Non a caso, attingendo a tesi arcinote nella storia del pensiero occidentale, Gabriel rinviene nell’arte - che custodisce il molteplice, l’evento e lo choc estetico -, quella strategia di spostamento e trasformazione delle nostre convenzioni che può aprirci davvero all’infinito.



Fin qui tutto bene. Il punto è che Gabriel identifica come “nemico” anche quel “costruttivismo” figlio del dominio della techne e della crisi delle grandi narrazioni socio-politiche, capace solo di aggregare fatti intorno a immagini, favole, miti, circuiti epistemici, iscrizioni formali, database, diremmo oggi. Il dilemma e il delitto del postmoderno è infatti questo: significati slacciati e irrelati dove latita un senso comunitario e allargato delle cose, al contrario occasionale e autoreferenziale.



Come risolve questa impasse Gabriel? Con quel “nuovo realismo” (in Italia, Ferraris) che, dopo aver sbattuto fuori dalla porta principale messianismi, feticismi e razionalismi, fa risalire dalla finestra una sorta di trascendentalismo che dovrebbe, chissà perché, unificare le percezioni sotto uno stesso ordine. Gabriel parla infatti di “realismo della ragione”, di “struttura”, di “fatticità” - ovvero “la circostanza che qualcosa in generale esista” - e soprattutto di “fatti non costruiti” che garantirebbero il processo conoscitivo, senza perdersi nel dubbio iperbolico sui metodi stessi che stiamo applicando per vedere e capire ciò che ci circonda. Insomma, dice Gabriel, se tutti vedono una mela in una fruttiera e sono d’accordo nel chiamarla tale, “deve pur darsi un qualche livello fondamentale della realtà!”.



Come possa essere che l’esistenza di un “qualcosa in generale” sia fonte di verità, Gabriel non ce lo dice. Né ci svela come possano esistere fatti “non costruiti” che siano basici e non storici, costitutivi e non intersoggettivi, fondativi e non sempre e soltanto ipotetici, anche nel caso della mela che tutti vediamo sul tavolo. Se invece si entra nell’ottica non realistica, ma irrealistica della realtà stessa, notiamo che l’”oggettività” delle immagini è sempre un entanglement, come si dice nella meccanica quantistica, un rapporto di intricazione, di embricazione fra elementi, una texture sempre plurivoca e multifocale, che deriva dai settaggi delle strumentazioni, dai posizionamenti, dalle chiavi di lettura, dalla sovrapposizione di sistemi intuitivi e di verifica.



Paul Virilio, nell’odierna era delle tele-trasmissioni e del digitale, non a caso parla di “abolizione dell’apparenza dei fatti” e “del principio stesso di verità”, e paragona l’oggetto sottratto ad ogni fisicità, ridotto al suo tempo reale e alla sua “alta definizione”, ad un “ordigno osservato”, ad una “presenza paradossale”.



Gabriel non porta alle estreme conseguenze l’idea di esistenza come campo di senso, e l’illusorietà, l’immane variabilità, la desertificazione del reale stesso sembrano spaventarlo: da qualche parte c’è un gancio, un nucleo, una forza che fa da perno. Dimenticando che la realtà è proprio questo andirivieni fra congegni di potere che ci abituano a determinate considerazioni e assuefazioni di senso, e letture cataclismatiche, urgenze del divenire, “buchi” nel cielo stellato dei concetti ufficiali che ci mettono in crisi e ci fanno ri-vedere le cose, ri-giudicarle o ri-prenderle per quello che è meglio e preferibile che siano. Se il professore di Bonn usa le mele, Wittgenstein negli aforismi “Della Certezza” citava l’acqua che si riscalda e gela su una precisa scala termica solo perché finora “noi sappiamo che essa si è comportata così in innumerevoli casi”. Niente di ragionevole o irragionevole, dunque: solo un gioco linguistico, una rete di prove, tentativi, connessioni e stratificazioni che, sin da quando siamo bambini, si basano sull’unione, spesso perversa, di “scienza ed educazione”. E tutto diventa oggettivo. Ma fino a prova contraria.



Finanche Bergson, in una famosa conferenza tenuta a Londra nel 1913 su quella che definiva “la terra incognita dei fenomeni psichici” (pubblicata in Italia in una bella edizione Elliot col titolo “Fantasmi”), ci fa capire che, solo una ricerca improntata ai criteri di evidenza e rigore delle scienze matematiche, ha fatto sì che nel tempo le attività dello spirito, gli scambi fra coscienze, e finanche le suggestioni e le telepatie, venissero ridicolizzate e considerate astruserie, proprio perché euristicamente messe in minoranza dal prevalere dell’ortodossia del tutto misurabile.

Insomma, è sull’irrealismo che si riscopre la nudità dell’essere umano e la variopinta efflorescenza di tutte le idee del mondo che vogliamo far prorompere e condividere, articolando sempre meglio la giustizia, l’uguaglianza, aprendo il mantice della democrazia. La letteratura e il cinema sembrano raccogliere molto meglio questo seme della polifonia il-logica della vita.



In “Truman Show”, quando Truman si vede cadere dal cielo un riflettore usato nei set cinematografici e comincia a dubitare di essere sotto l’occhio di qualcuno (mentre i comunicati ufficiali alla radio parlano di un incidente tecnico coi bagagli a bordo di un aereo che sorvolava l’isola), lo fa perché va verso la cosa accogliendola nel suo senso proprio, sospendendo la rigida regolarità dei protocolli che si è costretti a utilizzare (quando l’osservazione è già osservanza) disattendendo spesso assunti migliori, maggiormente valutativi, più pratici, o soddisfacenti o più consoni all’evento. Nel divertente e impegnativo surrealismo del romanzo “La stanza” di Jonas Karlsson (ISBN edizioni), l’impiegato di un’agenzia governativa crede nell’esistenza di una stanza all’interno del palazzo, che non esiste nelle mappe catastali. Eppure lui ci entra, prova serenità, ci passa le ore, e racconta questa storia. Lo prendono per pazzo, lo temono, gli altri oscuri travet si sobillano contro di lui. Ma solo quando capiscono che in quella camera immaginaria il loro stravagante collega svolge una mole di lavoro enorme a vantaggio di tutti, all’improvviso sono disposti ad accettare questo delirio-sogno, perché l’irrealismo chiama a una profonda radice etico-politica, che o affilia tutti, o si autorevoca in dittatura o follia da curare.



E cosa dire di alcuni serial dell’ultima stagione Sky giocati proprio sull’indecidibilità di ciò che definiamo “reale”, soprattutto nel secolo dell’ipermediaticità? In “Perception” l’investigatore è uno schizofrenico che dialoga simpaticamente con le sue allucinazioni che gli ricordano proprio i registri misteriosi annidati sotto le apparenze più congrue, e così risolve gli omicidi. In “Wayward Pines” con Matt Dillon, sorveglianza, certezza dell’identità e narcosi gestita da una casta di “controllori” si incastrano in scatole cinesi che non sembrano avere un fil rouge. Sulla scia di “Existenz” di Cronenberg, dove vita biologica e giochi virtuali non hanno più trincee e stazioni ben chiare nella mente degli internauti.



La Matrix del famoso film è davvero fra noi, ma la salvezza di un nuovo Logos può arrivare solo dalla frase finale del primo film, quando Neo, ormai consapevole di essere l’Eletto, prima del suo volo liberatore, uscendo dalla cabina e affrontando silenziosamente la folla, ripete dentro di sé un messaggio appena spedito: “So che avete paura di cambiare. Non conosco il futuro. Non sono venuto a dirvi come andrà a finire ma come tutto comincerà. Farò vedere a tutta questa gente quello che non volete che vedano. Mostrerò loro un mondo senza di voi (agenti della Matrix, ndr.), un mondo senza regole e controlli, senza frontiere e confini, un mondo in cui tutto è possibile. Quello che accadrà dopo dipenderà da voi e da loro”. Ultimo aggiornamento: 30 Luglio, 18:00

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