Il Grido di Antonio Moresco contro l'auto-estinzione umana: "La scienza parla di apocalisse, i governi non si muovono. Ed è anche colpa di Darwin"

Venerdì 9 Novembre 2018 di Roberto Venturini
Lo scrittore Antonio Moresco
Siamo di fronte a un suicidio collettivo. Le nostre sono le prime generazioni a convivere con lo spettro della sesta estinzione che per la prima volta avrà un unico responsabile: il genere umano. A parte la scienza che da decenni si spertica nel denunciare quest’orizzonte apocalittico, il resto dell’organizzazione umana, politica ed economica ignora quasi completamente questa deriva. Ed è di questo scenario che Il grido (SEM) di Antonio Moresco ci parla, a tratti anche a brutto muso. Quello dello scrittore mantovano è un rapporto impietoso sull’attuale condizione della nostra specie ma anche e soprattutto un’indagine radicale sui meccanismi che ci hanno portato, infinitamente prima rispetto alla durata media di specie, a ficcarci in un anfratto buio apparentemente senza uscita.
 
Ne Il grido le sue passeggiate notturne lungo le strade di una suburra non meglio identificata fanno tappa in una agorà molto particolare: un bagno pubblico. In questa arena lei interagisce con alcuni dei maggiori pensatori del passato. I suoi sono scambi energici, smonta le strutture di pensiero sulle quali si fonda il nostro sapere e la nostra organizzazione sociale. Colpisce particolarmente la sua diatriba con Darwin.
"È l’uovo di Colombo. L’ idea che la ferocia che si scatena nella vita dell’uomo ha una trascendenza dovuta al fatto che la natura con i suoi metodi spietati seleziona i più adatti a farcela mi fa nascere una considerazione: se noi siamo al punto in cui siamo allora, al contrario, la natura ha selezionato i più adatti al suicidio di specie. Mi fa crollare tutto, è un terremoto. La mia è un’idea molto semplice, simile al grido del bambino che si accorge che il re cammina senza vestiti e lo dice agli altri. Faccio riferimento a tante pagine de L’Origine dell’Uomo che sono terribili, non voglio equiparare Darwin a Hitler ma ci sono argomentazioni di genetica pura in alcuni scritti del naturalista e biologo inglese che sono più o meno uguali a quelle che si trovano nel Mein Kampf. Ci sono alcuni aspetti del pensiero di Darwin che non stanno in piedi. Io però posso accorgermene oggi, cinquant’anni fa non potevo capirlo perché non si sapeva che saremmo arrivati a questo punto. Adesso si sa, ce lo dicono gli scienziati e quindi posso vedere retrospettivamente le teorie e le concezioni su cui si fonda il nostro immaginario di specie. Per me questa indagine ha avuto l’effetto di un terremoto e inizio a rapportarmi senza tabù alle strutture di pensiero assodate. Queste considerazioni avvengono in un pisciatoio perché è il luogo più libero. Se non si possono dire le verità più profonde e radicali negli altri posti, perché tutto è coperto e le varie opinioni si elidono e confondono le une con le altre, allora io ho scelto un luogo sotterraneo dove si può scatenare questo bisogno di verità".

 
Lei nel suo pamphlet auspica “un passo di lato”, in che senso?
 
"Io faccio tutta una serie di esempi e carotaggi andando a cercarli in vari campi: nelle scienze, nel pensiero e nella filosofia. Cerco di cogliere i fili comuni che ci hanno condotti a questo punto. Fino ad ora la cosa ha funzionato così: prima c’è stato il mito del progresso, come se non vivessimo in un contenitore planetario chiuso che non contempla un’espansione orizzontale visto che siamo dentro una sottile fascia dell’atmosfera e non possiamo esplodere senza che questo non abbia un contraccolpo violento. Poi dopo si è fatta strada nella coscienza di qualcuno la convinzione che questa cosa qui non funzionava più e si sono sviluppate teorie che si muovevano nella direzione inversa. Ad esempio analizzo Latouche e la teoria della decrescita perché è un punto di partenza giusto però a me sembrava che il problema non era andare avanti o indietro sulla stessa identica linea senza cambiare nel profondo le cose, perché se noi decresciamo arriviamo semplicemente un pochino dopo allo stesso baratro. A me sembra che il problema è che noi siamo di fronte o alla rovina o a una chance. E la chance può avvenire solo se noi mettiamo al mondo una grande invenzione di specie che coinvolge l’organizzazione della vita. Questo intendo per “un passo di lato”. Come si può articolare, non avendo le competenze su vari campi, non saprei indicarlo, però cerco di fare la diagnosi del male in maniera profonda, lanciando un grido e inventando un nuovo modo di stare insieme che nasce da una consapevolezza radicale della situazione attuale". Ultimo aggiornamento: 15:13 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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