I racconti massimalisti di Alessandro Raveggi

Sabato 14 Maggio 2016 di Luca Ricci
Luca Ricci
Tra i tanti luoghi comuni che affliggono la forma racconto- ci vorrebbero due Bouvard e Pécuchet soltanto per snidare le stupidaggini che si dicono sull’arte della brevitas- ce n’è uno abbastanza pervicace che la vorrebbe per forza di cose antitetica al romanzo, e perciò condotta sempre e comunque in economia di mezzi (strutturali, narrativi, linguistici). Un racconto è sì, molto semplicemente, anche tutto ciò che non è un romanzo, tuttavia può benissimo essere sia magro che grasso. Non è insomma dal numero di pagine che si può stabilire la taglia di un oggetto narrativo, e non è esatto continuare a pensare che un racconto breve sia solo un gioco di sottrazioni, una storia raccontata per giungere a un’epifania (un pugno da K.O. diceva con un’immagine suggestiva Cortázar).
 
Una prova ulteriore a sostegno di questa tesi è il libro di racconti di Alessandro Raveggi “Il grande regno dell’emergenza” (LiberAria, 2016), il quale non è troppo dissimile dal suo precedente romanzo monstre “Nella vasca dei terribili piranha”. Per qualcuno il Raveggi romanziere sarebbe addirittura il capofila di un nuovo massimalismo italiano, mai veramente decollato nel paese dell’Arcadia e della bella pagina (leggasi anche: della pagina composita), e lo vedrebbe prosecutore di un discorso portato avanti, tra gli altri, da Gadda e Manganelli (stupratori delle forme, non a caso). Né è un mistero che tra i numi tutelari di Raveggi ci sia lo scrittore più massimalista di tutti e cioè quel David Foster Wallace cui ha dedicato diversi studi saggistici, nei quali definisce Infinite Jest “un romanzo-kolossal, la Bibbia dei nostri anni Zero”.
 
In queste storie il travaso massimalista dal romanzo al racconto è riuscito perfettamente, non s’è perso nulla della forza primordiale eppure sofisticata- ultrapop ma forse sarebbe meglio dire oltrepop- di Raveggi. “Il grande regno dell’emergenza” è fatto di racconti fuori scala, sovradimensionati, per certi versi elefantiaci. Per spiegarsi, basterà prendere la situazione iniziale da cui scaturisce il racconto d’apertura, “I nostri oggetti paterni”: tre figli in maschera al funerale del padre, perché così il padre ha voluto. Un Lupo, una Giraffa e un Trogone- doppi da bestiario che rimandano a un gusto sud-americano (qua e là affiorano influssi da Felisberto Hernandez, josé Emilio Pacheco, Daniel Sada)- che non riescono a non assecondare il volere di un padre dispotico, perfino da morto. Il tutto per raccontare la faticosa intelaiatura dei rapporti familiari, il grande Artide- come lo definisce Raveggi- dell’affetto e dell’amore filiale.
 
Al di là poi del posizionamento di Raveggi sulla scacchiera letteraria, mi sento di consigliare i suoi racconti anche perché è un giovane autore italiano. Prenderò un’immagine tennistica che non sarebbe dispiaciuta a David Foster Wallace. Anche chi è a digiuno di tennis- e non dico come esperienza religiosa, bensì come mera pratica sportiva- sa in quale stato comatoso versi il nostro paese rispetto a questa disciplina. Leggere Raveggi è come veder giocare un tennista italiano che non ha il braccino molle e le spalle a gruccia, che realizza perfino qualche ace, che è capace di fare un break e ogni tanto sale a rete per una volée. Ecco. Raveggi affronta questo “grande regno dell’emergenza”- che sia il mondo reale o il mondo della letteratura, fa poca differenza- senza avere paura. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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