Da Aldo Moro a Gramsci, ecco i documenti da salvare

Giovedì 3 Luglio 2014 di Fabio Isman
Quando la Storia si ammala: Luciano Canfora, che ne è il massimo esperto, lancia un appello per salvare le Lettere e i Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci, che sono in una cassetta di sicurezza in una banca, non nelle condizioni di conservazione più idonee; ed Eugenio Lo Sardo, che dirige l’Archivio di Stato di Roma, è alle prese con il Memoriale di Aldo Moro, scoperto nel “covo” Br di via Montenevoso, a Milano: «Con le lettere del prigioniero, parte in copia e parte in originale, abbiamo 450 fogli», spiega Michele De Sivo, funzionario dell’Archivio, «ma tutti con due fori di un centimetro di diametro, che furono praticati per potervi compiere gli esami dei materiali e rilevarne le impronte digitali». Orietta Verdi, pure dell’Archivio, è invece alle prese con il testamento di Gian Lorenzo Bernini: «A causa dell’inchiostro, si sta perdendo; occorre restaurarlo».



DOCUMENTI

Sono frammenti del nostro passato in assoluto pericolo. I documenti non sono come i dipinti: non si possono, giunti ad un certo punto, restaurare più. Spiega Canfora: «I manoscritti di Gramsci sono inaccessibili perfino agli studiosi; da tempo, in una cassetta di sicurezza: in una banca nel centro di Roma. Ma manca l’aria, vi sono sbalzi di temperatura». Pure un sopralluogo lo ha accertato. Si sono addirittura riunite delle commissioni.



La direttrice dell’Icrcpal, l’Istituto centrale per il restauro e la conservazione del patrimonio archivistico e librario, Maria Cristina Misiti, «è pronta a dare ricovero, agibilità e certezza di salvataggio a queste carte; ma ogni volta, ci sono dei ritardi». Pure l’Istituto Gramsci, che è proprietario dei documenti, è d’accordo sul ricovero all’Icrcpal, anche se non sono mancate polemiche: Canfora stesso è stato accusato di «vigliaccata» per avere promosso questo appello. Tra i rinvii, uno perché non si sapeva come assicurare i documenti nel viaggio dalla banca all’Istituto di restauro: un chilometro.



«Ma ormai, si deve decidere; oppure dire abbiamo scherzato», conclude Canfora; «la situazione non è più sopportabile». Lui ha scoperto che ai Quaderni ne manca uno; li studia ormai da decenni: sono un frammento essenziale della vita politica italiana, in un frangente tra i suoi più topici, discussi, ancora oscuri. Topici sono anche il sequestro e l’uccisione di Moro, ed i documenti, su cui vi sono ancora infinite incertezze, che hanno accompagnato l’azione delle Brigate rosse. «Carte che il Tribunale di Roma ha consegnato a noi», dice Lo Sardo. E alcune, bisognose di interventi.



TESTI

«Tre lettere di Moro non sono state ancora restaurate. E il suo Memoriale presenta non pochi problemi. Chi ha indagato non si poneva, come è ovvio, la questione della sua conservazione. Già sono delle fotocopie degli anni ’90, per 12 anni rimaste nascoste a via Montenevoso, dietro a un pannello; cioè supporti non facili da trattare e che hanno comunque sofferto. Poi, su ognuno sono stati praticati da due a quattro fori, per operare i prelievi», spiega Di Sivo.



I “coriandoli” sono in una busta di plastica, «ma c’è una fotocopia della fotocopia, quindi possiamo leggerla; vedremo: forse, non vale nemmeno la pena di reintegrare, di restaurare questi fogli». Ma peggio ancora è quando si passa a documenti più remoti: lì, i danni sono ancora peggiori e perfino irreversibili. Dice Orietta Verdi: «I testamenti dipendevano dalla miscela adottata per l’inchiostro. Quelli con più solfati diventano ruggine, e bruciano la carta: che si sgretola e cade». Nel testamento di Bernini, che lei sta studiando, la prima tra le pagine presenta già un grande buco, «e tre righe non si leggono più». In alcuni documenti di questo tipo, «nello spazio di dieci anni, si nota una perdita del 5% di materiali all’anno».



La malattia colpisce tutti i documenti dal Cinque al Settecento: «Bisogna tamponare, e lavare più volte, con una soluzione basica; l’acqua si fa marrone, e lì dentro restano tutti gli acidi». Ma questo costa: «Al minimo, due euro per ogni foglio; e in un solo fascicolo dei notai ve ne sono da 500 a mille».



Per tre anni, l’Archivio di Stato, dice Lo Sardo, «non ha avuto un euro per i restauri», eppure ne ha operati parecchi: dai documenti di Caravaggio, fino al testamento di Arcangelo Corelli. «Si vede che hanno capito che sappiamo spendere anche i fondi che non possediamo», celia il direttore: «Quest’anno, ci sono arrivati 14 mila euro». Diciamo sei o sette fascicoli di notai; «ma noi ne possediamo parecchie migliaia», spiega Verdi. E oltre che di quattrini, è anche questione di spazi. Per i documenti del Novecento, l’Archivio ha una sede in via di Galla Placidia, «in affitto da un privato, un milione di euro all’anno».



«Se il Tribunale ci versasse anche tutto il processo per Ustica, non saprei dove metterlo», spiega Lo Sardo. Una nuova sede era stata individuata: in una caserma dismessa; ma è piena di amianto: servono cinque milioni. «Quanto spendiamo in cinque anni di affitto»; però pare che l’idea del trasloco, decisioni superiori, sia ormai stata abbandonata. Invece, quando la Storia si ammala, ha bisogno di medicine, e urgenti; se no, va perduta per sempre. Ultimo aggiornamento: 5 Luglio, 15:43 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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