"Disastro Capitale" di Ajello, una preghiera laica per Roma

Sabato 21 Maggio 2016 di Virman Cusenza


Queste pagine le ho viste crescere giorno dopo giorno. Sono frutto di un dialogo ininterrotto su Roma, nel quale un po' per indignazione, un po' per spirito di denuncia e un po' per gioco abbiamo scelto di raccontare questa città attraverso uno sguardo disincantato che unisse i fatti politici ai cambi di costume. Collocando il tutto in una dimensione storica, che poi è quella che più appassiona l'autore. Abbiamo puntato il dito contro chi ha maltrattato Roma, spingendola in un immeritato degrado, cioè offendendo la sua dignità e sfregiando la sua storia.
Questo racconto del Disastro Capitale ha cercato di svelare talvolta ciò che di marcio si nascondeva, e per certi aspetti si nasconde ancora, sotto la pelle di questa metropoli. Nostro malgrado, abbiamo dovuto ricordare - come da queste pagine emerge in maniera mai retorica - alcuni principi che sembravano ovvii e sacrosanti quali il rispetto del bene pubblico e che invece, come avviene in altre latitudini d'Italia, sono stati calpestati in una fase dall'amministrazione della città.

Spesso ci siano dovuti aggrappare a un passato lontano, per ritrovare valori e certezze che si sono smarrite nella grande deriva non solo materiale ma anche morale di Roma. Messi da parte amarezza e disincanto, adesso la Capitale deve guardare avanti, ben sapendo che purtroppo è palcoscenico di una classe dirigente sfibrata, smarrita e divisa. A che cosa ci si può aggrappare, dopo tutto quello che è accaduto? Certamente non si può confidare nella rivoluzione di qualche Masaniello di turno, al maschile o al femminile. Né ci si può affidare alle rendite di posizione e alle ormai sgretolate certezze dello status di Città-mondo e di Capitale nazionale che Roma ha da sempre, in quanto sede del Vaticano, del governo e di uno dei più straordinari patrimoni culturali dell'universo.
Non è tempo di miracoli. È il tempo di fare gli straordinari, di dedicare un surplus d'impegno a una metropoli che ne ha urgente necessità. Il marcio della politica, che in buona parte è stato smantellato dalle inchieste giudiziarie e soprattutto dal malcontento e dalla rabbia popolare, cerca di resistere nel sottobosco della politica politicante e delle clientele. Serve una mutazione genetica dei partiti, che a Roma hanno toccato il fondo, anche a causa dell'inadeguatezza e dell'affarismo dei loro ceti dirigenti. Il cui declino ha creato un contrasto stridente, che desta stupore e indignazione anche fuori dai confini nazionali, tra la brutta politica e il palcoscenico unico e grandioso della bellezza di Roma a cui il marcio ha cercato di rubare la scena.
Un dato personale può illuminare sulla eccezionalità del momento. A pochissimi miei predecessori alla direzione del Messaggero, è capitato di dover gestire in un lasso di tempo così breve ben due caotiche e tormentate campagne elettorali. Con la consapevolezza, alla vigilia, che soltanto per effetto di un colpo di fortuna o di una insperata alchimia Roma potrà trovare la formula, e gli interpreti, che la possano rimettere in piedi.
Le condizioni di partenza per il futuro sono quelle - difficilissime - evidenti a tutti. Queste pagine di Mario Ajello, dunque, solo questo vogliono essere: una preghiera laica per la Capitale.

 

Ultimo aggiornamento: 7 Giugno, 15:10