I dolori segreti della straniera. Esce Orfani bianchi, il nuovo romanzo di Antonio Manzini

Venerdì 21 Ottobre 2016
Anticipiamo un brano del nuovo romanzo di Antonio Manzini, “Orfani bianchi” (Chiarelettere, 256 pagine, 16 euro), in cui l’autore abbandona i toni del giallo: è la storia di una straniera che abbanona il figlio in orfanotrofio per poter lavorare in Italia come badante.





di Antonio Manzini
«Ciao Mirta...» le sorrise il prete. Poi si chinò a raccogliere un ceppo di legno che gettò nel fuoco. «Ti piacciono i fagioli nel minestrone?» Mirta annuì sapendo che Ilie li detestava. Si sedette sul letto. Guardò l'ora: le sei e mezza. Accese il cellulare ed entrò in chat.

Il nome di Nina Cassian era già verde, segno che l'amica era in linea.

Eccomi Nina... Come ti senti Mirta? Uno schifo. Sei a casa? Non c'è più la casa, Nina. Non c'è più nulla. È tutto bruciato. C'è rimasto qualche muro e una finestra. Hai parlato con padre Boris? Sono qui con lui e Ilie. Ilie non parla. Mi guarda e non dice niente. Ha gli occhi spenti e l'ho trovato magro, Nina. Magro come un gatto randagio. Io ho chiesto in giro. Per Ilie. Dovresti fare come Marisha e come ha fatto Lyudmilla. ... Mirta? Mirta ci sei? ... Mirta? L'internat? Sì. Altra soluzione non c'è. Come faccio a mettere Ilie in un internat? Ti rendi conto Nina? Lyudmilla ha i suoi a Chisinau, all'internat numero 1 da tre anni. Stanno bene. Studiano, mangiano, fanno i compiti, giocano e hanno un sacco di amici. Non mangiano, Nina. Studiano poco. E stanno in otto in una stanza! Hanno una casa. È un orfanotrofio. Li ospitano e gli vogliono bene. Ti sei accorta che io sono ancora viva?

Per favore, stammi a sentire. Tu eri fortunata, avevi mamma. Ma ora devi pensare a come fare. Puoi portare Ilie in Italia? No. E allora? Sarà solo per poco tempo. Uno, al massimo due anni. Poi si aggiusta. Chiedi a Lyudmilla. Ce l'hai l'indirizzo? L'internat no! Chiedi a Lyudmilla. Non fare sciocchezze Mirta. Chiedi a Lyudmilla!

Mirta alzò gli occhi. La madre di padre Boris s'era addormentata con la bocca aperta. Il sacerdote girava il cucchiaio di legno nella pentola. «Che succede?» le chiese, ma Mirta non rispose. «Hai avuto una brutta notizia?» Mirta fece sì col capo. Poi guardò il cellulare che teneva fra le mani. «La vuoi condividere con me?» «No padre Boris. No...»

Passò la notte a guardare il soffitto basso della casetta. Da dietro la tenda si sentiva il russare del prete e di sua madre. Mirta teneva una mano di suo figlio che le dormiva accanto. Che faccio, pensava, che faccio? Fuori era ricominciato a piovere. L'acqua tamburellava il tetto sottile e i vetri della finestra, nel camino erano rimaste solo le braci. Mirta si tirò la coperta fin sotto il mento. Inutile girarci intorno. Nina aveva ragione, altre soluzioni non ce n'erano. L'internat. Solo la parola le faceva venire un brivido nella spina dorsale e le chiudeva la gola. Che razza di madre sei se sei costretta a mettere tuo figlio in un orfanotrofio? Che razza di madre sei?

Non lo sapeva. Era una madre sola, e il mondo era un masso, un enorme masso che rotolava per una discesa e lei poteva solo scappare e cercare un posto dove nascondersi. Perché quello acquistava velocità, giorno per giorno, e se non fosse riuscita a evitarlo, a farlo rotolare via, l'avrebbe schiacciata sotto il suo peso. L'alba la sorprese con gli occhi ancora aperti. Si alzò lentamente per preparare la colazione. Non voleva svegliare Ilie. In quei giorni la scuola poteva anche aspettare. Riempì il pentolino dal rubinetto che sputava un filo di acqua. Poi lo mise a bollire per il tè. La tenda di padre Boris si spalancò e apparve il sacerdote, già vestito con la tonaca. «Buongiorno Mirta.
Ultimo aggiornamento: 22 Ottobre, 21:51

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