Jordan in una monumentale biografia, l’altra faccia della medaglia

Jordan in una monumentale biografia, l’altra faccia della medaglia
di Luca Ricci
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Sabato 19 Settembre 2015, 11:28 - Ultimo aggiornamento: 11:36

Per la maggior parte di noi Michael Jordan- forse il più grande cestista di tutti i tempi- è un atleta sospeso in aria, tra la lunetta del tiro libero (era il punto in cui aveva staccato i piedi da terra) e il ferro di un canestro da basket: il potere pervasivo e fissante delle immagini nella gara delle schiacciate del 1998. Rivista al rallenty la scena fa paura: le falcate di Jordan sospese per aria somigliano a quelle di uno strabiliante saltatore in lungo capitato per sbaglio su un parquet.

La realtà, da un certo punto di vista, è però sempre più interessante della performance sportiva. E’ un po’ questo il senso della monumentale biografia che Roland Lazenby ha dedicato al campione Nba: Michael Jordan, la vita (66thand2nd, 784 pagine, 23 euro, traduzione di Giulio Di Martino). Il libro- oltre a fornire cifre e percentuali cestistiche (e descrivere quasi ossessivamente le azioni di tutte le partite significative)- si sofferma sul rovescio della medaglia. North Carolina era uno stato razzista; il padre (su cui aleggia una grave accusa per molestie sessuali) e la madre di Jordan si contesero il primato psicologico sul figlio per tutta la vita; la Nike influenzò l’opinione pubblica nella creazione del mito “Air” Jordan (la ditta decise d’investire tutto il suo budget sull’astro nascente, facendolo odiare da tutti gli altri campioni dell’Nba); l’ossessione da parte di Jordan per il golf e per le scommesse clandestine.

Il lato oscuro pagina dopo pagina si fa predominante, e l’incredibile parabola sportiva di Jordan sembra quasi passare in secondo piano: il titolo universitario NCAA (con canestro all’ultimo secondo) e il premio Rookie Of The Year come migliore matricola NBA della stagione 1984-85; tre titoli Nba consecutivi, poi la ridicola pausa dedicata al Baseball (Superman che torna Clark Kent), e poi ancora altri tre titoli consecutivi Nba, giusto per sballare il contatore dei record e delle statistiche. A un certo punto lo scritturarono persino quelli della Warner per fargli interpretare se stesso in un film con i miti dei cartoni animati di Looney Tunes: Bugs Bunny, Daffy Duck, Willy Il Coyote, Silvestro e Titti. Operazione perfettamente riuscita e verosimile, visto che il personaggio più incredibile di tutti era proprio lui, Michael Jordan.

Del resto Lazenby è chiaro fin dall’inizio, lasciando la parola a George Mumford, psicologo dello sport in forza ai Bulls, il quale vedendo l’intensità degli allenamenti di Jordan pensò subito che il ragazzo soffrisse di un disturbo maniaco-depressivo e che fosse nella fase maniacale di qualche psicosi: “Era frenetico ed iperattivo, era ovunque, non poteva reggere a quei ritmi”.Per uno sportivo il concetto di “zona” è essenziale. Si raggiunge la “zona” ogni volta che la trance agonistica ci restituisce una prestazione fisica e mentale ottimale. Per Jordan era una esperienza quasi quotidiana, al punto che Mumford si convinse che Jordan durante la partita si trasformasse nell’occhio del ciclone: “Più cresceva la frenesia, più lui si calmava”. Ecco la vita di Michael Jordan, sospesa tra agonismo e malattia, tra il volo come senso di libertà e il volo come dipendenza.

Twitter: @LuRicci74