Cos’è l’amore? Massarenti risponde con l’aiuto di Marziale e Ovidio

Sabato 7 Maggio 2016 di Luca Ricci
Livre de chevet perfetto questo “20 lezioni d’amore” (Utet, pag. 131, € 12,00) di Armando Massarenti, da spilluzzicare all’occorrenza, per calmare la nostra fame d’amore. Perché d’amore tutti noi da sempre siamo bulimici nonostante la passione- lo dice la parola- porti in sé le stigmate della sofferenza. Ma forse è proprio per questo che l’amore c’interessa tanto, perché in fin dei conti l’essere umano è oscuramente attratto da ciò che fa patire. Ma per fortuna le “20 lezioni” sono leggere, e bisognerebbe aggiungere che comunque vada l’amore un merito ce l’ha: finisce. Di tutto questo e di molto altro abbiamo parlato direttamente con Massarenti.

Secoli di storie e ragionamenti e siamo ancora qui a parlare d’amore. Da una parte quindi la sterminata letteratura precedente, dall’altra la necessità di confrontarsi con un tema sempre attuale, impellente. Le “20 lezioni” nascono da questa doppia- e opposta- dinamica?

«Bisogna sdrammatizzare l’amore. Ripulirlo dalla patina intensa e tragica in cui spesso è stato inutilmente avvolto, anche dai migliori filosofi, pensatori e poeti. Perché non c’è amore senza ironia, senza intelligenza e conoscenza di sé: da questo intento nascono le “20 lezioni”. Alimentate anche dalla grande accoglienza che l’idea ha avuto tra i lettori, in particolare quelli della Rete. 20 lezioni d’amore, prima ancora di essere un libro, è stato un hashtag che ha raccolto spunti anche molto belli tra gli appassionati di filosofia su Twitter (@TwitSofia_It #LezioniDamore)».

Si viaggia nel tempo, si passa dai filosofi dell’antichità a Woody Allen. Ha seguito un criterio per la composizione e l’assemblaggio delle “20 lezioni” oppure a condurlo è stato il desiderio, il capriccio?

«Mi sono fatto guidare (oltre che dalla mia bravissima editor, Luna Orlando) dagli stessi criteri che adotto da sempre per la mia “filosofia minima”: semplicità, chiarezza, dialogo intenso tra filosofia e scienza, e ovviamente nessun timore nel contaminare cultura alta e bassa, una distinzione in cui tra l’altro non credo. Le lezioni si snodano in modo giocoso, un po’ capriccioso, è vero, ma secondo un disegno che a mio parere risulta chiaro alla fine della lettura. E poi il libro è ricco di rimandi interni. Alcune sono state scoperte inattese. Per esempio ritrovare uno splendido passaggio delle epistole di Seneca (una “lezione” d’amore e di amicizia che passa attraverso la parola scritta) nelle lettere di Eloisa, mente logica di grande talento (ben più acuta e sensibile del suo amato Abelardo). O scoprire nell’irriverente Voltaire uno dei più insospettabili estimatori del Cantico dei Cantici».

Di lezione in lezione si capisce che i tipi d’amore possibili sono tanti quanti gli individui che popolano il mondo. Ogni amore fa storia a sé, un poeta può essere innamorato del Verso quanto un santo di Dio. Ma esiste, tra le illustri personalità che popolano il libro, qualcuno che parli di un minimo comune denominatore?

«Se devo indicarne solo uno, è Ovidio con la sua idea di amore. Ma il minimo comune denominatore è la varietà! Non un amore ma mille. Le sue Metamorfosi ci insegnano che l’amore è movimento costante, un mutamento che riguarda non solo i sentimenti di chi è preso dalla passione ma il concetto stesso di amore. Niente di più adatto di un amore metamorfico per una società liquida, fatta di relazioni di pixel, ma non per questo meno reali. E poi Ovidio, “cantore di teneri amori” è sicuramente la guida, l’ispiratore del libro. È un ruolo che, per così dire, si è scelto lui stesso del resto: “Venite alle mie lezioni, o giovani delusi. Da chi avete imparato ad amare, ora imparate a guarire” ci dice in un bellissimo poemetto dedicato ai “rimedi dell’amore”. Anche questo vogliono essere le 20 lezioni d’amore».

Ma forse l’amore è troppo grande per essere affrontato tutto insieme. Meglio scegliere una parte per il tutto. All’inizio della sedicesima lezione viene citato Jonathan Swift: “Mi chiedo chi fosse il pazzo che per primo inventò il bacio”. E’ così? Il bacio come sineddoche, come correlativo oggettivo dell’amore?

«Certo, e non sono certo io il primo a dirlo. Ma ciò che a me più interessava di questo argomento è l’intreccio con le moderne scoperte scientifiche: le neuroscienze ci hanno mostrato quanto importante sia il bacio nella nascita stessa di un rapporto, per gli ormoni coinvolti, e quanto alcuni fattori come odori e profumi possano incidere. Come scriveva Marziale duemila anni fa, “Cosa potrò pensare del profumo di mirra dei tuoi baci?”.
Per questo la “lezione” su Marziale si chiude, dopo aver passato in rassegna tutti i possibili baci, con l’elogio della gelosia. E del suo profumo
».

A fine lettura la sensazione è quella di aver assaggiato una grande libertà speculativa, la possibilità di poter spaziare tra generi e stili e culture diverse: non si tratta di una gara, piuttosto di una coesistenza dialettica. C’è una sorta di messaggio libertino tra le righe delle “20 lezioni” che riguarda la cultura? L’amore per i libri deve essere sempre poligamo?

«Poligamo nel senso di pluralista? Sì, certo. La ricchezza del pensiero è proprio data dalla possibilità di adottare diverse visioni del mondo, senza pensare che ve ne sia una soltanto giusta o che queste siano per forza incompatibili. Bisogna essere poligami con i libri e con le idee, sì, non saziarsi mai. Monogami nella vita, poligami con le idee mi sembra un bel motto. Benché i sociologi sappiano bene che gli esseri umani tendono comunque a essere moderatamente poligami, e benché io creda che il pluralismo delle idee debba comunque essere sempre temperato dalla verità dei fatti e dalla forza  dei valori»

@LuRicci74
Ultimo aggiornamento: 10:15 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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