Biennale Danza: break dance, cinema e 3D, a Venezia “architetture” in movimento

Mikhail Baryshnikov in Not Once alla Biennale Danza di Venezia
di Simona Antonucci
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Sabato 31 Luglio 2021, 11:34 - Ultimo aggiornamento: 12:04

 

B-boying con tecnologie all’avanguardia, animazione digitale con l’hip hop, projection mapping, modelli 3d ma fatti a mano, fotogrammetria e chroma key capture... Eppure, lo spettacolo Tom di un giovane inglese, il coreografo (e non solo) Wilkie Branson, è danza. Così come “l’installazione d’arte con film”, Not Once, monologo scritto da Jan Fabre e interpretato da Mikhail Baryshnikov che ha debuttato in prima mondiale alla Biennale Danza di Venezia (fino al primo agosto): il rapporto tra la star del balletto e una fotografa che, per anni, ne ha manipolato il corpo («ma non mi ha mai toccato», dice in video l’étoile) viene rielaborato in diverse entità, piume o cristalli di vetro, attraverso le stanze immaginarie di una mostra fotografica.

Wayne McGregor

Un lavoro multimediale concepito per il cinema con immagini del “divino” indagato fin dentro l’anima (e le viscere) che però diventa danza, nel cartellone curato da Wayne McGregor, nuovo direttore della sezione coreutica della Biennale di Venezia che ha costruito un percorso fantasioso, colto e privo di pregiudizi (in cartellone non soltanto anteprime internazionali, ma anche lavori del passato in linea con la sua visione) dilatando la parola “danza” alle mille sfumature dell’arte del movimento.

Leone d’oro

Da Somewhere at the Beginning, assolo in cui Germaine Acogny, pioniera della danza contemporanea africana e Leone d’oro alla carriera del Festival, fa i conti con il proprio passato, a Future self, “scultura luminosa vivente” della compagnia Random di McGregor che si anima con il movimento dei ballerini, e dei visitatori, attraverso videocamere in 3d che catturano le forme per riproporle su un reticolo da 10.000 led.

Architettura

Fantasia e sogni che diventano Danza, ma anche Architettura (l’esposizione è diretta dal libanese Hashim Sarkis), sezioni vicine di casa nei padiglioni dell’Arsenale e vicine nei contenuti, considerato che entrambe le Mostre hanno posto al centro degli eventi 2021 l’uomo, il corpo in rapporto con lo spazio, con il nostro mondo. How will we live together? Come vivremo insieme? Ma anche come balleremo insieme, dopo un periodo che ha reso tutti “orfani” di vicinanza, condivisione, tatto?

 First Sense

Secondo McGregor, che ha intitolato la sua rassegna proprio First Sense, il tatto ha acquisito oggi nuove risonanze nella nostra società: «Abbiamo percepito acutamente il vuoto profondo provocato, nel nostro benessere, dalla privazione del tatto. In compenso abbiamo scoperto il tocco della tecnologia: interazioni da remoto, comunicazioni tramite computer, esercizi su zoom, riunioni digitali. I nostri corpi sono in un certo senso sospesi nell’etere». Ed ecco, nell’etere 3d, lo spettacolo Tom che racconta la solitudine con l’immediatezza della break dance, spogliata da acrobazie ma rivestita di hi-tech, e i padiglioni di Architettura che rispondono al distanziamento con ipotesi di Co-living, in edifici delle comunità rurali alle porte di Shanghai o al centro delle capitali europee.

Variazioni Goldberg

Le tensioni sociali di Hard to be Soft – A Belfast Prayer della coreografa Oona Doherty, che fa ballare orizzonti limitati da imposizioni sociali, e le proposte inclusive di architetti di Los Angeles con case “povere” in legno da costruire a mo’ di Lego tra le ville miliardarie delle avenue, per “annullare”, appunto, le imposizioni culturali causate dalle barriere tra centro e periferie. Classico e contemporaneo nella danza di Pam Tanowitz che reinterpreta le Variazioni Goldberg, classico e contemporaneo nella rivisitazione degli edifici dell’architetto Le Corbusier, pioniere nell’uso del calcestruzzo armato, realizzati in leggerissime fibre di vetro e carbonio “riciclato”. Il caos del rave di (La) Horde con la musica del producer Rone e il “caos” dell’universo con le capsule spaziali che traghettano appartamenti sulla Luna. Mostre che si “toccano”, obiettivo che si è posto sin dall’inizio il nuovo direttore della Biennale di Venezia, Roberto Cicutto. E che toccano nel profondo. 

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