Massimiliano Bruno a Le Lunatiche: «Una volta gli artisti erano maestri, ora è il pubblico a dettare le condizioni»

Lunedì 3 Febbraio 2020
Massimiliano Bruno a Le Lunatiche: «Una volta gli artisti erano maestri, ora è il pubblico a dettare le condizioni»
Massimiliano Bruno è intervenuto nel corso della trasmissione Le Lunatiche in onda su Rai Radio 2 ogni sabato e domenica notte.

Sulla notte.
«Non sono proprio nottambulo, questa notte lo sono perché avevo piacere di partecipare alla vostra trasmissione ma solita mentente vado a letto prima. Ci sono delle volte che lavoro di notte e faccio tardi, altre volte perché sono rapito da queste maledette serie televisivi, che magari pensi di vedere una puntata e poi invece ne guardi sei. Ne inizio a vedere due o tre contemporaneamente e poi scelgo quale vedere, un po’ come al ristorante quando ti portano tanti antipasti. Facendo il lavoro che faccio poi mi incuriosiscono».

Su Ritorno al crimine:
«In questo periodo sto ultimando il montaggio di “Ritorno al crimine”, sto mettendo le ultime musiche, facendo qualche piccolo doppiaggio, soprattutto quando c’è Marco Giallini, che è un attore straordinario però è molto naturale, delle volte tende a spezzettare la frase. Marco Giallini è stato fantastico, poi diciamo che a parte un paio d’attori in Italia un po’ tutti fanno loro stessi».

Su Paola Cortellesi:
«Le cose più divertenti sono successe quando ero giovane, perché erano gli anni in cui facevo le cose più assurde. Una volta ho fatto una serata di cabaret in provincia di Caserta che non è piaciuta molto, quindi non mi hanno pagato. Però uno si è intenerito, aveva un negozio di mozzarelle di bufala e per non mandarmi a mani vuote ha aperto la serranda e mi ha regalato 5 kg di mozzarelle. Mi è andata proprio di lusso. Un’altra volta eravamo in tournèe con Paola Cortellesi e stavamo andando a Bellinzona, in Svizzera, a fare il nostro spettacolo. A un certo punto viaggiavamo io, lei, il nostro regista Furio Andreotti e il nostro produttore Franco Clavari, io mi accorgo di avere la patente scaduta da tre giorni e Clavari e Andreotti non guidavano, non avevano mai preso la patente. Allora immaginateci al confine svizzero con Paola Cortellesi, che aveva 24 anni, alla guida di un furgone con a bordo tre persone sovrappeso. Il gendarme si è affacciato e ha visto questa ragazza carina e giovane che guidava questo furgone enorme, con tutta la scenografia dentro, e noi tre barbuti che ci facevamo portare da lei. Sono rimasti un po’ straniti».

Sul ruolo di Martellone in Boris:
«Dietro la mia nota battuta i “Boris” c’è tutta una storia. Quando abbiamo fatto “Boris”, Giacomo, ideatore del mio personaggio, ha citato una volta in cui loro da ragazzi lavoravano insieme a Edoardo Falcone, bravissimo sceneggiatore e regista anche del film “Se Dio Vuole”, per un famoso attore comico romano e a un certo punto lui non era contento di quello che stavamo proponendo, perché secondo lui mancava il finale, e allora ci disse che ci voleva una battuta finale che faceva ammazzare dalle risate. Allora Giacomo, scherzando, propone di finire dicendo “bucio de culo” e lui l’ha subito presa sul serio. La voleva fare veramente ma noi lo abbiamo dissuaso. A quel punto Giacomo si è ricordata questa cosa e noi abbiamo fatto con Nando Martellone la parodia di questo comico, che era uno talmente becero che non conosceva i limiti della comicità e del buongusto e che, in qualche modo, andava incontro al gusto del pubblico. “Boris” è ispirato a quel famoso film in cui Nanni Moretti diceva “pubblico di merda”, nel senso che alle volte la proposta un po’ bassa è perché alcuni tipi di pubblico richiedono questo».

Sul cinema:
«Una volta gli artisti venivano chiamati maestri, perché in qualche modo un artista dal palco sapeva insegnare qualcosa. Adesso, negli ultimi 30 anni, con la politica mondiale e l’avvento di un consumismo smisurato, è diventato il pubblico a dettare le condizioni di come l’artista si deve porre. Questa è un po’ la morte dell’arte, perché invece di fare quello che vuoi tu fai quello che dice il pubblico. L’insegnamento di quella che è stata la commedia all’italiana è che aveva l’intuizione di parlare di un dramma incredibile con leggerezza, comicità, ironia e sarcasmo. Se io analizzo la trama del mio primo film, “Nessuno mi può giudicare”, è in realtà la storia di una donna che perde il marito in un incidente stradale, i servizi sociali le vogliono portare via il figlio, lei va sul lastrico e si mette a fare la escort. Noi abbiamo nel DNA il cercare di parlare del dramma con il sorriso sulle labbra, è questo l’insegnamento che ci hanno lasciato Monicelli, Scola, Lina Wertmüller». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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