Alida Valli, quei due incontri romani tra Hitchcock, Visconti, Welles. E ora Cannes l'omaggia con un documentario

Sabato 25 Luglio 2020 di Leonardo Jattarelli
Alida Valli. A Cannes 2020 arriva
Si rincorrono le ricorrenze. A volte in modo troppo veloce, senza dare troppo peso agli anni trascorsi, alle parole, agli sguardi, agli incontri, alle emozioni. Pochi di questi rimangono fissati nella memoria, due in particolare saranno lì per sempre, come quei bei film che ti accompagnano per tutta la vita. La prima volta era il 1993, la seconda il ‘99, poi qualche saluto fugace, una stretta di mano. Lei era Alida Valli, scomparsa a Roma il 22 aprile del 2006; e oggi il documentario Alida di Mimmo Verdesca viene selezionato ufficialmente al Festival di Cannes 2020 nella sezione Cannes Classics. Nel 2021 si ricorderà il centenario della nascita della grande attrice e noi, in occasione del documentario di Verdesca, la vogliamo rivivere attraverso i nostri ricordi. Ma Cannes, per tornare alle “ricorrenze”, ne appunterà altre tre: In the Mood for love di Wong Kar-wai nel ventennale e À bout de souffle di Godard e L’avventura di Antonioni che festeggiano entrambi i 60 anni. 

Il primo incontro con lei, magnetico, 27 anni fa. Poche ore giocate sul filo del ricordo. Momenti intensi, profondi come i suoi occhi azzurri ingentiliti da una dolcezza infinita. Ci diede appuntamento nel piccolo camerino del teatro Valle a Roma dove metteva in scena un lavoro di Eugene O’Neill. Poi, qualche anno dopo, nella sua abitazione in una afosa giornata d’estate. Due incontri con Alida Valli, allora diva settantenne, con la contessa Alida von Altenburger-Frauenberg così timida e introversa; occasioni irripetibili nelle quali il suo cinema, la sua vita, i suoi registi, passato e futuro si srotolavano dolcemente, come una pellicola elegante, d’altri tempi. «Nel mio angolo sicuro, lì sì che riesco a ritrovarmi, tra copioni di cinema e teatro, in mezzo al mio lavoro, insomma. Quali fantasticherie migliori di un’attrice - confessava con un filo di voce -. Quando sono sulla scena o davanti ad una macchina da presa dimentico la mia antica timidezza, la difficoltà che ho da sempre nel fare nuove amicizie... O forse sarà che sto invecchiando e mi sento anche più serena». 

"Ore 9 lezioni di chimica" di Mario Mattioli

La splendida ragazza dei “telefoni bianchi”, la ragazza austera di Ore 9 lezioni di chimica di Mario Mattioli, la Livia Serpieri viscontina di Senso, la signora de Il caso Paradine del suo vecchio amico Hitchcock, la Irma di Il grido di Antonioni  è sempre stata l’antidiva per eccellenza: e scopri improvvisamente che «ad Hollywood stavo davvero male, non ero libera. Sensazione terribile, ti programmavano tutto. Per poter girare La torre bianca nel '50 con Glenn Ford ho dovuto tener nascosta la mia maternità. Non volli mai la cittadinanza americana, al contrario di mio marito Oscar De Mejo».



Alida Valli in "Senso" di Luchino Visconti

 Quando era già star internazionale incontrastata, nel ‘54, tornata in Italia dagli Usa, incontra Luchino Visconti e la contessa Serpieri di Senso: «Ricordo le mani di Luchino - disse con un’aria malinconica - plasmavano ogni cosa. Sfiorava gli oggetti che iniziavano a brillare. Per Senso lavorammo come a teatro, copione alla mano tutti attorno ad un tavolo - raccontava -. Dopo una settimana Visconti ci mandò tutti a casa perché iniziava a girare le scene di battaglia». 
Esistere per studiare, «per capire, capire davvero e riflettere» era questo il credo di Alida Valli, da quando «mi mandarono a Roma da un lontano cugino e iniziai a sentir parlare del Centro Sperimentale di Cinematografia: mi iscrissi, girai I due sergenti di Guazzoni e il cinema divenne il mio cuore» fino agli incontri della sua vita: il primo, Orson Welles per Il terzo uomo. «Amavo ascoltarlo, così intelligente, simpatico. Lui come Buñuel». E ci svelò per la prima volta «che con Luis avrei dovuto girare quel capolavoro che è L’angelo sterminatore. In quel periodo vivevo in Messico, ero troppo impegnata. Il progetto svanì senza che avessi il tempo di accorgermene». 

Alida Valli con Joseph Cotten in "Il terzo uomo"

Infine Hitchcock. Nel 1947, lei ventiseienne: «Avevo il cuore in gola. Si batteva il primo ciak di Il caso Paradine. Mi era accanto Gregory Peck e Charles Laughton mi fissava estasiato. Alfred stava lì - e sorrideva mentre mimava il pancione del genio del brivido - senza dire una parola. Un silenzio terrificante. Avevo viaggiato tre giorni in treno, “coast to coast” per arrivare a Hollywood, il copione me lo ero studiato durante il tragitto. Mi avevano affidata ad una insegnante di fonetica. Ricordo ancora il suo nome, Mrs. Cunningham. Quando mi trovai davanti ad Hitchcock ascoltavo solo i battiti del mio cuore»». I suoi occhi si illuminano, l’aria è divertita quando sembra rivivere quei party da “Hitch” «a casa sua, dove il suo regno era la cucina, enorme. Lui non toccava alcol ma si appassionava a preparare cocktail micidiali. Una sera c’erano anche Ingrid Bergman e Gregory Peck, mi versò tanto di quel Black Velvet, miscuglio di champagne e birra, che non mi reggevo più in piedi... ci prendeva in giro, ci chiamava “vecchi fagioli” - e sorrideva ancora -. Era un bambinone affabulatore, si appassionava alle storie di fantasmi. Un genio vero che odiava la sua grassezza. Una sera mi disse “Certi film sono pezzi di vita, i miei sono pezzi di torta. Tutto qui”». In amore? «Era un grande amatore, andava pazzo per le bionde, una vera passione». Aveva degli hobbies? «Conosceva alla perfezione ogni tipo di vino e gli piaceva coltivare frutta nella sua splendida tenuta in California».

Con Gregory Peck in "Il caso Paradine"

L’incontro romani stava per terminare e l’ultima cosa che le chiedemmo fu: lei, signora Valli, come si sente ora? La domanda la spiazzò. Un attimo di pausa poi: «Mi sono sentita sola in molti momenti della mia vita. Gli attimi infiniti delle grandi mancanze, dei vuoti di affetto, degli amori che ho perduto. Ma guai a rifugiarsi nei fantasmi del passato. Bisogna cercare, sempre». 








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