Roberto Napoletano, il libro: Meloni la grande sfida e Draghi la vera trappola

Anticipiamo due brani del nuovo libro, “Riscatti e ricatti”, da domani nelle librerie

Roberto Napoletano, il libro: Meloni la grande sfida e Draghi la vera trappola
di Roberto Napoletano
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Lunedì 28 Novembre 2022, 15:13 - Ultimo aggiornamento: 15:22

Giorgia Meloni ha vinto le elezioni politiche del 25 settembre superando nettamente per consensi i suoi due alleati di governo, la Lega e Forza Italia, usando un linguaggio di realismo durante tutta la campagna elettorale. Ha dimostrato senso della realtà e intelligenza nella collocazione internazionale con lo schieramento netto a favore dell'alleanza atlantica, fatto già dai banchi dell'opposizione in modo molto più risoluto dei suoi compagni di viaggio del centrodestra schierati al governo. E quello che ha colpito nei giorni della campagna elettorale è stato il ripetuto richiamo a non fare promesse che non siamo in grado di mantenere, ovvero l'esatto opposto del populismo da ombrellone di Salvini e degli infiniti contratti da decine e decine di miliardi che hanno segnato le numerose campagne elettorali di Berlusconi. Una presa di posizione che indica la padronanza di due certezze oggi strategiche:
LE CERTEZZE
a) quando fai questi contratti pubblici sventoli richieste di centinaia di miliardi che sai di non avere, e la più grande idiozia possibile per un paese indebitato come il nostro è proprio questo sventolio, perché fa in modo che chi ti deve dare i soldi te ne dà ancora meno;
b) che non ci sono trucchi finanziari per fare scendere il debito, che l'unica strada maestra è quella della crescita, e che soprattutto chi ci governerà nel quarto trimestre 2022 si troverà a fare i conti con un vistoso rallentamento da crisi del resto del mondo, che diventerebbe ancora più vistoso se al linguaggio realista e alle scelte pragmatiche e fattive di Draghi subentrassero il linguaggio parolaio e il campionario dei sogni che nessuno è disposto a pagare.
POLLAIO
Ha quindi fatto benissimo la Meloni a non fare la conferenza stampa il 26 settembre e a sottrarsi al solito pollaio informativo italiano, soprattutto televisivo, che è il principale responsabile di una rappresentazione non veritiera del paese che, per questa ragione, fa fatica a capire che l'interesse italiano coincide con l'interesse europeo. Cosa che hanno invece capito benissimo spagnoli e portoghesi, come dimostrano le dichiarazioni e i comportamenti dei loro capi di governo e delle loro comunità. Il che determina banalmente che in modo del tutto ingiustificato sul piano delle valutazioni economiche lo spread italiano sia a 240-250 punti e quello spagnolo e portoghese poco sopra i 100 punti. Sono tutti differenziali pesanti legati esclusivamente al rischio parolaio italiano, di natura politico-mediatica, che le donne e gli uomini di questo paese e il suo sistema produttivo pagano sotto forma di maggiori tasse e di ogni genere di onere. Tutti differenziali che possono moltiplicarsi al cubo al primo incidente internazionale e, quindi, anche indipendentemente dai comportamenti del nuovo governo italiano.
Annunciando tagli fiscali senza precedenti la ex premier della destra inglese Liz Truss ha fatto crollare la sterlina ed esplodere il costo del debito pubblico del suo paese. L'effetto panico generato dagli impossibili tagli fiscali di chi giocava a fare la Thatcher (ma è durata solo sei settimane) prescindendo dal contesto internazionale ha rischiato di far saltare il suo paese, oltre che i conti pubblici, e ha portato gli investitori del mondo a vendere tutto ciò che è più rischioso. E, purtroppo, i BTP italiani sono considerati tra i titoli rischiosi. Siamo a una sindrome Argentina per la Gran Bretagna della Brexit che aveva le potenzialità di essere contagiosa, il famoso fuoco che brucia tutto.
LO SPREAD
Lo spread italiano è salito del 10% in due giorni senza un caso Italia sui mercati, e non è andata peggio grazie al realismo della Meloni che non ha regalato parole in libertà alla speculazione e ha mostrato di non volere fare scostamenti di bilancio che interrompessero la traiettoria di discesa del rapporto debito/Pil.
MIRACOLO

Ora bisogna trovare 40 miliardi e c'è meno agibilità fiscale, perché il miracolo italiano colpito alle spalle dalla nostra politica più populista e dalla frenata del resto del mondo sta rallentando, anche se la componente interna frutto del fattore Draghi continua a dare i suoi frutti, e rischiamo di tornare a essere il paese della crescita dello zero virgola.
Ecco perché, davanti a un contesto così complicato, Giorgia Meloni può davvero diventare la nuova Thatcher italiana, imitandola realizzando il cammino riformatore già avviato, o uno dei tanti leader politici italiani che vivono una stagione effimera di governo. Nessuno potrà cancellare dai libri della storia che proviene dalle file della destra la prima donna chiamata alla guida di un governo italiano, e questo di per sé ha un valore inestimabile per le nuove generazioni di questo paese ed è significativo in un mondo internazionalizzato che vede nella parità di genere a tutti i livelli un passaggio cruciale. (...)
(...)
DILIGENZA
Draghi non è stato un riformatore radicale. Ha gestito con la diligenza del buon padre di famiglia. A un certo punto la situazione è degenerata non perché è venuta meno l'opposizione costruttiva della Meloni, ma perché i partiti della coalizione di governo hanno ritenuto sbagliando insostenibile il prezzo politico di proseguire sulla strada obbligata del processo riformatore avviato e della direzione produttiva di sviluppo intrapresa verso Sud. (...)
C'è stato un problema reale di un coacervo variegato di soggetti, a volte molto distanti tra di loro, che ha lavorato alle spalle di Draghi, ma di cui si è parlato troppo poco. (...)
GATTOPARDI
Siamo, infine, arrivati al punto nascosto del problema, che ha riguardato una parte alta dell'amministrazione centrale e territoriale che ha l'atteggiamento di chi è abilissimo a spostarsi di lato in modo quasi impercettibile; per cui a parole spingevano il premier a caricare su riforme e investimenti, ma dentro di sé pensavano: Così te la faccio pagare, perché tu carichi e vai a sbattere sul muro e noi nel frattempo ci siamo spostati di lato. Questa parte alta e diffusa dell'amministrazione del paese non si è resa conto che è cambiato il mondo. Sono 10/15.000 persone che si trovavano molto a loro agio con Conte e hanno posto in atto nell'ombra la rivolta dei feudatari. Da questo punto di vista i politici che manovrano sono solo gli utili idioti nelle loro mani. Perché feudatari e mandarini di stato, regioni e comuni sapevano che se il governo Draghi fosse riuscito a smantellare la feudalità delle corporazioni, che è il problema storico delle riforme in Italia, anche loro sarebbero finiti. Perché in Italia questa è la regola principe del nostro declino si deve sempre dire che le riforme si fanno, ma non si fanno. Ernesto Ragionieri, che era uno storico attento e non c'è più, coniò la frase del riformismo senza riforme di Giolitti, ma la si potrebbe anche considerare una specie di maledizione storica italiana. Perché riguarda quasi tutte le stagioni politiche degli ultimi trent'anni, tenendo conto anche qui che le eccezioni ci sono state, ma le hanno fatte sempre durare poco. (...)
IL SISTEMA
C'è chi pensa solo a tenere il potere e chi invece vuole cambiare. A quel punto, però, che cosa succede? Che chi vuole cambiare imposta il cambiamento, ma in pratica non te lo fanno fare perché c'è un sistema di tribù e di corporazioni che controllano tutti i colli di bottiglia che bloccano il paese. Questo sistema ha i suoi feudatari o mandarini di riferimento, fate voi, che agiscono nell'ombra, non sai nemmeno come si chiamano, tirano le file da dietro le quinte, ma controllano tutti i corpi dello stato o per lo meno hanno la loro rete, o comunque sanno farsi sentire. È una specie di oligarchia molto più complessa di quella russa. Stanno dappertutto. Una volta semplicisticamente, riferendosi a una quota riduttiva di questa multiforme galassia, li chiamavano boiardi. (...)

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