Tucidide, il maestro che raccontò la peste

Sabato 14 Marzo 2020 di Carlo Nordio
Tucidide, il maestro che raccontò la peste

Tra il 430 e il 427 a.C. Atene fu afflitta da una gravissima epidemia che provocò la morte di migliaia di persone: probabilmente la metà dei suoi abitanti. Per la prima volta ne fu consegnata ai viventi, e ai posteri, una descrizione scientifica, comprensiva dei sintomi della malattia, della sua evoluzione e del suo epilogo, generalmente funesto. L'autore di questa cronaca fu Tucidide: per contro nostro, il maestro di tutti gli storici.

LE LEGGI
Tucidide racconta gli eventi senza ricorrere a forze metafisiche e senza pregiudizi morali o sentimentali. La sua filosofia è illuministica, e nella storia non vede fenomenologie programmate, ma leggi universali utili ai governanti. Il suo stile è conciso come quello di Tacito, ma talvolta solenne come quello di Gibbon. Con questi due altrettanto illustri colleghi condivide un disincantato scetticismo sulla natura umana. La sua visione della politica e delle sue regole è contenuta nell'intimazione di resa che gli Ateniesi rivolgono ai Meli: «Per quanto possiamo congetturare del mondo degli dei, e per quanto sappiamo con certezza di quello degli uomini, noi crediamo che gli uni e gli altri ubbidiscano a una sola legge, che spinge i più forti a dominare i più deboli. Questa legge non l'abbiamo fatta noi; altri ce l'hanno insegnata, e noi obbediamo. E così fareste voi, se foste al nostro posto». Sono le parole degli ambasciatori, ma in realtà è il pensiero di Tucidide: un realismo impassibile, lo stesso con cui descrive la pestilenza di Atene. Perché Tucidide non cerca, come Manzoni e a modo suo Camus, di coinvolgere la nostra emotività. Redige un bollettino medico-sanitario tanto più efficace quanto più è articolato nei suoi orrori. Ma prima di leggerne alcuni stralci, un breve inquadramento storico.

IL CONFLITTO
Nel 424 Tucidide comandò una spedizione militare in Tracia; la condusse male, e fu esiliato per vent'anni, durante i quali scrisse la Storia della guerra del Peloponneso. Si tratta del conflitto scoppiato nel 431 tra Atene e il resto della Grecia, stanca dell'imperialismo dalla potenza egemone. Atene dominava il mare con una flotta potente. Ma Sparta con un robusto esercito invase l'Attica, e gran parte della popolazione si rifugiò tra le mura del Pireo. Fu in quella promiscuità, aggravata dal clima torrido, che scoppiò l'epidemia. A lungo fu catalogata come pestilenza, anche se gli esperti oggi ne dubitano. Forse fu febbre tifoide, vaiolo o altro. Ma questo importa poco, perché ebbe le caratteristiche di tutte le epidemie. E ora sentiamo Tucidide. (Uso in parte la traduzione del 1830 di Pietro Manzi, un po' arcaica ma più efficace).
«I sani, senza apparente cagione, si sentivano assaliti da un gran calore di testa; gli occhi si facevano sanguigni ed ardevano: la lingua diventava sanguinolenta, il fiato fetido ed insopportabile. Venivano poi gli starnuti e la raucedine e quindi, scendendo il male nel petto, l'opprimeva con tosse gagliarda, che cagionava vomiti molesti e dolorosi. Veniva poi un singhiozzo con terribili convulsioni, il corpo si faceva arrossato e livido, e sorgevano ulcere e pustole, con un ardore che struggeva i visceri, e molti si gettarono nei pozzi tanta era l'ambascia della sete che li ardeva».

I RIMEDI
Questi (e altri) erano i sintomi. Quanto ai rimedi: «Non esisteva medicina che si potesse applicare in generale, ma tutti vi soccombevano». E la tragedia non finiva qui. Perché: «La cosa più terribile era lo scoraggiamento che prendeva chi si ammalava, in quanto il timore del contagio ritraeva dal visitarsi scambievolmente e molte famiglie abbandonate languivano. E se qualcuno mosso a pietà correva a soccorrerle moriva anche lui».
Poi il racconto prosegue con la strage dei medici volonterosi, l'ingombro delle masserizie infette, il soffocante affollamento dei tuguri, i mucchi di moribondi accanto ai cadaveri, il disgusto delle fosse comuni, la dissoluzione dell'ordine e dell'autorità, e infine la ricerca spericolata degli ultimi piaceri sensuali, nella quasi certezza che sarebbero stati gli ultimi, senza più timore degli dei, lontani e indifferenti, né dei governanti, impotenti ed esausti.
Come si vede, un inferno in terra, che tuttavia non cambiò la natura umana. Passata la bufera, e dopo una pace precaria, la guerra riprese, e dieci anni dopo Atene era ritornata arrogante come prima, tanto da minacciare i Meli con le intimazioni che abbiamo ricordato all'inizio. È illusorio pensare che le dure lezioni possano servire a qualcosa, o comunque a lungo. Così la Grecia si suicidò, aprendo le porte ai rudi contadini macedoni, e al successivo dominio di Alessandro che nel frattempo, per fortuna di tutti, era stato educato da Aristotele. Ma torniamo a Tucidide.

LA LEZIONE
Refrattario ad ogni tentazione parenetica o moralistica, egli si dichiara ignaro delle origini del contagio, che non imputa né all'ira degli dei né ai complotti degli uomini. «Si rumoreggiò scrisse che i Peloponnesiaci avessero infettato i pozzi. Ma io lascerò che coloro, i quali se intendono, indaghino le cause di tale infermità. Mi basterà dire come ella fu, perché anch'io ne soffrii e vidi gli altri soffrirne». Una lezione di saggia modestia, che dovremmo apprendere proprio nel momento in cui siamo flagellati da un'epidemia meno pericolosa, ma altrettanto allarmante di quella descritta da Tucidide con il suo rigore laico che condanna le superstizioni idolatriche e quelle, ancor più meschine, del complottismo plebeo. Quanto al nostro virus, gli esperti ci assicurano che esso è stato diffuso da un uso improprio dei pipistrelli, e quindi almeno ne conosciamo l'origine. In attesa di una definitiva conferma, è intanto significativo osservare che questa tragedia, che sta condizionando la nostra vita più di ogni altro evento dopo la seconda guerra mondiale, non è comunque derivata da nessuna di quelle previsioni apocalittiche che i vari profeti avevano prospettato a nostra rovina morale materiale.

LA SUPERSTIZIONE
Vogliamo ricordarle? La forsennata corsa agli armamenti, il rapace perseguimento del profitto, l'esasperato consumismo, il velenoso inquinamento, il riscaldamento del pianeta, l'egoismo edonistico, e tante altre condotte associate al perseguimento del materiale benessere individuale e alla cinica indifferenza per la salvezza comune. Ebbene, il virus è scoppiato, probabilmente per deficienza di igiene e di controlli, nell'unico grande paese comunista dove (teoricamente) ogni interesse personale dovrebbe cedere a quello collettivo. Speriamo allora che l'ultima superstizione moderna, quella marxista, finisca con questa epidemia. Tucidide ne sarebbe soddisfatto, se non proprio felice.

 

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