Nobel letteratura a Louise Glück, la poetessa della solitudine e dei grandi miti classici

Giovedì 8 Ottobre 2020 di Riccardo De Palo
Nobel letteratura a Louise Glück, la poetessa della solitudine e dei grandi miti classici

La poetessa americana Louise Glück, cresciuta a Long Island in una famiglia di ebrei ungheresi, non era certamente tra i favoriti della vigilia, a confermare che il Nobel segue le sue personalissime valutazioni. Una poetessa molto nota in America (ha già vinto il Pulitzer nel 1993, e il National Book Award nel 2014, ma pur sempre un nome di nicchia, scelto in un’epoca in cui la poesia non muove grandi folle e grandi numeri - se escludiamo fenomeni pop come la polacca Wislawa Szymborska (a sua volta insignita del massimo premio per la letteratura nel 1996). L'attesa per una donna non è stata delusa, così come era nell'aria la scelta di un'americana per un Nobel definito non più "eurocentrico". Un'autrice, come si dice nella motivazione, dall'«inconfondibile voce che con austera bellezza rende universale l’esistenza individuale».

 

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Glück ha sofferto in gioventù di anoressia, condizione che la costrinse, a suo tempo, ad abbandonare gli studi universitari, ma che non le ha impedito di diventare professore aggiunto all'Università di Yale. Una delle sue più grandi caratteristiche, è la capacità di saper associare sentimenti ed esperienze personali al grande retaggio dei miti classici. Traumi, desiderio, natura, sono i suoi cavalli di battaglia, i suoi campi d’azione favoriti; ma l’autrice newyorchese è anche la poetessa dell’isolamento e della solitudine. Un dettaglio, questo, che deve avere colpito i giurati dell’Academia del Nobel, in un’epoca di distanziamento forzato e di lockdown. L'autrice, 77 anni, due matrimoni e due divorzi, vive a Cambridge, in Massachusetts e ha un figlio, Noah, che fa il sommelier. 

 

Alcuni l'hanno paragonata alla grande Emily Dickinson, per alcune sue raccolte - in primis "The Wild Iris" (pubblicata in Italia da Giano editore con il titolo "L'iris selvatico", 1992), "Ararat" (1990) e "Il trionfo di Achille" (1985). Al centro della sua opera c'è spesso la vita familare, i rapporti con i genitori e i fratelli, l'infanzia. Un altro suo libro pubblicato in Italia è "Averno" (Dante & Descartes, 2019), e alcune sue libre sono uscite anche su "Nuovi Argomenti". Ma in generale, in Italia è quasi sconosciuta. Dacia Maraini plaude alla scelta, in primis perché si tratta di una donna - l'anno scorso, quello del doppio Nobel, era toccato anche a Olga Tokarczuk - e poi perché «la poesia è poco praticata e conosciuta».

 

La sua prima raccolta, "Firstborn", risale al 1968, ed ebbe buone recensioni. Ma soltanto nel 1975 arrivò la seconda, "The House on Marshland". Archiviato un primo periodo difficile, in cui l'autrice lavorava come segretaria per mantenersi e conviveva ancora con episodi di anoressia, Glück comincia a insegnare al Goddard College in Vermont. Nel 1980 è la volta del terzo libro, "Descending Figure", che creò qualche polemica, soprattutto per una poesia, "The Drowned Children" (i bambini affogati), che le valse l'accusa di essere una donna che odiava i bambini. Ma la vera consacrazione, per lei, fu "The Triumph of Achilles" (1985), che fu elogiato dal New York Times. Ci fu anche chi, come il critico Peter Stitt, che la definiì «una delle più importanti voci poetiche della nostra epoca». Una sua poesia da questa raccolta, "Mock Orange", è diventata negli anni una specie di inno femminsta, e compare in molte antologie.

 

La raccolta "Ararat" fu ben accolta nel 1990, ma fu proprio "The Wild Iris", due anni dopo, a renderla popolare, e a farle vincere il premio Pulitzer. "Un capolavoro", fu il commento di  Elizabeth Lund su "The Christian Science Monitor". Un passo da "Fine dell'estate": 

 

Se apriste gli occhi
mi vedreste, vedreste
il vuoto del cielo
specchiato in terra, i campi
di nuovo nudi, senza vita, coperti di neve…

 

Tra le raccolte successive, si segnalano "Meadowlands" (1996), sull'amore e la fine di un matrimonio (proprio in quel periodo l'autrice stava divorziando) e poi "Vita Nova" (1999) e "The Seven Ages" (2001).

 

L'11 settembre ispira a Louise un lungo poema diviso in sei parti, "October", che occupa un intero libro: uscito nel 2002, esplora miti classici, per raccontare la sofferenza e il trauma. It is winter again, it is cold again, è l'incipt di questa opera mai tradotta in italiano. 

 

I can't hear your voice

for the wind's cries, whistling over the bare ground

I no longer care

what sound it makes...


(Non riesco a sentire la tua voce/ per le grida del vento, che fischia sulla nuda terra/ Non mi interessa più/ che suono faccia)...

 

In definitiva, una voce originale, sofferta, che merita di essere letta, e apprezzata, anche dal pubblico italiano. La piccola casa editrice Dante & Descartes, che aveva creduto in "Averno", oggi festeggia. E, ovviamente, non riesce ad evadere le prenotazioni.

Ultimo aggiornamento: 18:46 © RIPRODUZIONE RISERVATA