In viaggio con Fellini nell'Italia dei misteri

Giovedì 2 Luglio 2020 di Fabio Camilletti
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Un autoritratto di Fellini
Dal 2 al 5 luglio torna Popsophia: il Festival della Filosofia del Contemporaneo sarà il primo festival nazionale con pubblico dal vivo. Pesaro, una delle città più colpite dall’emergenza sanitaria, si fa così capofila della ripartenza con quattro giornate all’insegna della cultura. Il tema di questa decima edizione, dedicata al maestro del cinema Federico Fellini in occasione del centenario della sua nascita, sarà il Realismo Visionario, solo rivolgendo uno sguardo visionario sulla realtà riusciremo infatti immaginare nuove possibilità.

Numerosi gli ospiti che parteciperanno. Tra questi, nella giornata del 4 luglio dedicata al “sogno”, Fabio Camilletti si soffermerà sugli aspetti magici, spirituali e misteriosi che si trovano nell’opera del grande regista. Ecco uno stralcio del suo intervento, intitolato 
In viaggio con Fellini nell’Italia dei misteri.

Fellini per il nuovo film ha fatto incontri paurosi. Il film era Giulietta degli spiriti, e sarebbe arrivato in sala a ottobre: ma già ad agosto 1965 Dino Buzzati riferiva ai suoi lettori come Fellini, quasi per prepararsi psicologicamente a girare, avesse attraversato l’Italia incontrando ogni genere di personaggi assurdi, inquietanti o semplicemente strani. “Zio Nardu”, un contadino di Nuoro che si credeva un cavallo; Gustavo Rol, un ex antiquario di Torino che incantava i suoi ospiti con prodigi apparentemente inspiegabili; e Pasqualina Pezzola, la diagnosta di Civitanova capace di ‘vedere’ nel corpo dei pazienti come se “invece degli sguardi avesse i raggi X” (Buzzati avrebbe poi incontrato Pasqualina da solo, e si sarebbe fatto visitare: rimanendo con la vaga impressione che la donna gli avesse nascosto qualche brutta notizia).

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A metà degli anni Sessanta, Fellini vive la sua fase più psichedelica, visionaria. Nel 1962 ha sperimentato per la prima volta col cinema a colori, e il suo primo film in technicolor sarà appunto Giulietta. Si interessa di psicoanalisi, e Giulietta è, fra le altre cose, un tentativo di far irrompere sullo schermo la familiarità inquietante dei sogni. L’interesse per il soprannaturale è l’inevitabile corollario di questa curiosità e di questo desiderio di sperimentazione. Fellini, del resto, è in analisi Emilio Servadio, traduttore di Freud ma anche studioso di parapsicologia: il regista ascolta e recepisce, anche se il suo approccio resta lontanissimo da quello, scientifico, di Servadio, e ha sempre come fine la rielaborazione personale e poetica.

Il viaggio nell’Italia misteriosa non fa eccezione. L’intento originario, riferisce Fellini in un’intervista a Tullio Kezich, era di farne un libro, una specie di guida o mappa dell’Italia provinciale e segreta. Nell’Italia del boom economico, la rete autostradale è in grado di unire un capo della penisola all’altro, ma rischia pure di cancellare e nascondere quel mondo contadino in cui ancora abitano “forme addirittura diaboliche, primordiali, di commercio con il soprannaturale”. È questo l’occulto che interessa a Fellini, che infatti non si chiede minimamente se i prodigi a cui assiste siano veri oppure no. Se le diagnosi di Pasqualina Pezzola siano corrette o meno, o se Gustavo Rol non sia altro che un bravo prestigiatore, gli è del tutto indifferente. Ciò che interessa a Fellini è catturare un’atmosfera, comprendere le leggi dell’incanto e della meraviglia e come sia possibile riprodurle nel cuore disincantato del moderno.

Non è un caso che del progetto della guida all’Italia misteriosa non resti niente, e che anche Giulietta non conservi che poche tracce del viaggio di Fellini su e giù per l’Italia degli spiriti. Ciò che rimane è, appunto, un’atmosfera, un’ombra d’inquietudine: come quei “giochi” di Rol che, ricorda Fellini, “nel momento in cui li vedi per tua fortuna non ti stupiscono. Soltanto nel ricordo assumono una dimensione eccezionale”.

 
 
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