Il curatore Sarkis: «Alla Biennale di Architettura 46 Paesi spiegano come vivere insieme»

Venerdì 28 Febbraio 2020 di Simona Antonucci
La Mostra della Biennale Archittettura 2020

«L’identità di una società sta nella qualità dei progetti che è capace di formulare per il suo futuro. E come dimostrano fenomeni che interessano il mondo proprio in questi giorni, i progetti non possono che essere il frutto di consapevolezza e collaborazione», Paolo Baratta, ancora per due giorni presidente della Biennale, presenta la 17esima Mostra Internazionale di Architettura, «la mia nona edizione e l’ultima», dice, dalla sede di Venezia, prima di passare il testimone al nuovo presidente, Roberto Ciccutto, salutando la “grande macchina” che realizzerà la rassegna dal 23 maggio al 29 novembre.

La Mostra ospiterà centoquattordici partecipanti in concorso, (con una pari presenza di uomini e donne) provenienti da 46 Paesi diversi, con una rappresentanza crescente di Africa, America Latina e Asia, per raccontare il mondo che verrà, che potrebbe venire, o che non dovrebbe, lungo un percorso articolato in cinque scale: “Tra esseri diversi”, “Nuove famiglie”, “Comunità emergenti”, “Lungo i confini”, “Un unico pianeta”. Sessantatré sono invece le Partecipazioni Nazionali, con il debutto di Grenada, Iraq e Uzbekistan, che dagli storici Padiglioni ai Giardini e all’Arsenale (quello italiano alle Tese delle Vergini è stato affidato ad Alessandro Melis) illustreranno un nuovo contratto spaziale. A presiedere la giuria internazionale, Kazuyo Sejima.

«Il 2020 è stato spesso definito come una pietra miliare sulla via verso un futuro migliore. Guardiamo all’immaginario architettonico collettivo per andare incontro a questa occasione epocale con creatività e coraggio», ha spiegato il curatore della Mostra Hashim Sarkis, 56 anni, architetto di origini libanesi, professore e decano del Massachusetts Institute of Technology, da sempre interessato alle disuguaglianze sociali, alle questioni di inclusione, alle emergenze ambientali. Alla conferenza in streaming, causa coronavirus, ha presentato dal suo studio di Boston, attorniato da giovani collaboratori, il suo progetto espositivo legato alle urgenze del mondo contemporaneo: le sfide per il cambiamento climatico; il ruolo dello spazio pubblico nelle recenti rivolte urbane; le nuove tecniche di ricostruzione; le forme mutevoli dell’edilizia collettiva; l’architettura dell’educazione e l’educazione dell’architetto; il rapporto tra curatela e architettura.

«How will we live together? Come potremo vivere insieme? è il titolo della manifestazione», spiega, «un interrogativo sociale, politico e spaziale. Aristotele quando si pose questa domanda propose il modello di città. Oggi i cambiamenti climatici e le disuguaglianze politiche ci costringono a porre questa domanda in maniera più urgente. E la debolezza dei modelli politici attuali ci porta a mettere lo spazio al primo posto. E forse, come Aristotele, a guardare al modo in cui l’architettura può formare modelli per vivere insieme».

Tra i partecipanti, molti talenti emergenti e firme autorevoli come “Som”, il cileno Alejandro Aravena, l’inglese Amanda Levete, il protoghese Manuel Aires Mateus, il gruppo Forensic Oceanography. Numerosi gli italiani, tra cui Paola Viganò (delfina di Bernardo Secchi), Benedetta Tagliabue, Matilde Cassani. La Mostra presenta anche grandi installazioni collegate a ognuna delle cinque scale, negli spazi esterni dei Giardini e dell’Arsenale.

E quest’anno insieme con il catalogo, una vera e propria guida alla visita: «Spazio anche alle idee sviluppate da ricercatori delle università di tutto il mondo riunite nella sezione Stations+ Cohabitats», spiega Sarkis. Cinque architetti e un fotografo sono invece gli autori del progetto dedicato al gioco a Forte Marghera, che si chiamerà “How will we play together?”. Insieme con il Victoria and Albert Museum, la Biennale presenta anche il progetto speciale al Padiglione delle Arti Applicate (Arsenale, Sale d’Armi) dal titolo “British Mosques” che guarda al mondo fai da te e spesso non documentato delle moschee adattate a questo uso. «La Mostra di Sarkis», conclude Baratta, «osserva fenomeni di intenso cambiamento, diversi, ma accomunati dalla necessità di importanti “aggiustamenti” nelle condizioni dell’abitare. E non basta rivelare problemi, occorre alimentare con proposte il desiderio di architettura». 

Ultimo aggiornamento: 1 Marzo, 19:35 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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