Galleria Borghese, la Minerva nuda "ringiovanita": il restauro svela il capolavoro nascosto nei depositi

Galleria Borghese, la Minerva nuda "ringiovanita": il restauro svela il capolavoro nascosto nei depositi
di Laura Larcan
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Martedì 30 Marzo 2021, 11:06 - Ultimo aggiornamento: 11:07

Nuda, nella grazia di un corpo morbido sfoggiato di schiena, con il volto rivolto verso lo spettatore, ad intrigarlo con quegli occhi vividi di forza seduttiva. E quel puttino sedutole ai piedi, che gioca con l’elmo dorato con la stessa naturalezza di un bimbo. Un angolo di fitto chiaroscuro dove alcune lettere, prima lacunose, stanno diventando di nuovo leggibili. Offrendo agli studiosi una data certa, il 1613. Fa effetto, da vicino, nell’imponenza di una tela di oltre due metri e mezzo, la “Minerva in atto di abbigliarsi” di Lavinia Fontana, portentosa “donna” pittrice che con Artemisia Gentileschi si è spartita la ribalta dell’epopea moderna del Seicento.

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«La prima notizia dell’opera che ci offrono i documenti dell’archivio Borghese è il pagamento per la cornice datato al 1613, una data che ora viene confermata con il restauro che ha reso più leggibile e interpretabili le cifre dipinte vicino al puttino», racconta Francesca Cappelletti, direttrice della Galleria Borghese che ha guidato l’intervento di restauro del grande quadro. Opera tanto nota agli studiosi quanto sconosciuta al grande pubblico, chiusa da sempre nel deposito del museo-gioiello del Ministero della Cultura. E qui fervono i lavori. Per questo capolavoro, la Cappelletti ha messo a punto un nuovo progetto di valorizzazione. «L’opera farà parte del riallestimento della cosiddetta Sala 10 della pinacoteca dove sarà ricostruito l’originario Camerino delle Veneri del cardinal Scipione Borghese, ambiente tipico della moda dell’epoca», annuncia la direttrice.

Il quadro lascerà i depositi sotto-tetto per entrare a far parte del percorso permanente. Lo mobilitazione della gigantesca tela avverrà tra il 30 e il 31 marzo. E sarà la sorpresa per i primi visitatori alla riapertura del museo, dopo Pasqua (aspettando la zona gialla del Lazio). Iconografia inedita quella scelta da Lavinia Fontana per questa Pallade Minerva dea della sapienza e della guerra giusta, «dipinta però nuda - indica Cappelletti - in un atteggiamento tipico di Venere, come a dire che la bellezza della donna non è in contrasto con il talento. Un messaggio molto attuale».

Molti studiosi hanno pensato che in questa Minerva, Lavinia si fosse autoritratta. «Ipotesi ardita, nel 1613 Lavinia Fontana aveva circa 50 anni. Lei, poi, aveva una famiglia molto radicata e tradizionale e non sono sicura che volesse dare il suo volto ad una dea nuda». Il marito, Zappia, era il suo tramite con i committenti (da cui ebbe, tra l’altro, numerosi figli, alcuni morti molto piccoli). Che la Fontana fosse bella comunque era un fatto noto. «I biografi riportano che lei dipingeva belle figure come riflesso della sua bellezza. Ma in fondo all’epoca era molto attraente per un collezionista avere opere eseguire da pittrici e per giunta belle».

Il restauro, a cura di Leonardo Severini, ha fatto comunque chiarezza. «L’opera aveva subito vari restauri: noi l’abbiamo riportata allo stato più vicino all’originale, rimuovendo strati di vernici recenti che avevano corretto e addolcito i contorni della figura - racconta la direttrice - Il viso ha ora un’aria meditativa pensosa, con una vena di malinconia, insolita per una dea». Dettaglio che restituisce alla Minerva una nota di più autentica naturale ritrattistica. «Potrebbe essere un ritratto ispirato al volto di una delle sue figlie. Un ritratto comunque evocativo: anche se la dea è giovane e Lavinia Fontana in questo momento era più matura, potrebbe essere un ritratto ispirato a le o a qualche personaggio della famiglia», ipotizza Francesca Cappelletti.

L’opera venne commissionata dal Cardinal Scipione Borghese che conosceva bene Lavinia Fontana, protagonista di spicco della scena artistica negli anni del pontificato Borghese. Lavinia Fontana brillava sulla scena della Roma del primo ‘600: figura di pittrice bolognese, romana d’adozione: «Si trasferisce perché Roma era il luogo che consacrava il ruolo del pittore, qui c’erano le reali possibilità di ricevere commissioni importanti e farsi conoscere», racconta la direttrice. Grande pittrice di ritratti, formatasi nella bottega bolognese del padre, pittore manierista, bravo nelle grandi decorazioni (l’unico dettaglio biografico che l’avvicina ad Artemisia Gentileschi, di fatto, è il legame artistico col padre nella formazione). «Lavinia va inserita nell’ondata di artisti bolognesi giusti a Roma: alla fine del ‘500 spicca la presenza di Annibale Carracci, con la schiera di seguaci Domenichino e Guide Reni per la committenza farnesiana - precisa Cappelletti - ma lei ha avuto un percorso indipendente».

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