ROMA

Tor Pignattara nelle foto di Natalino Russo, scrittore e speleologo: «Nel quartiere il mio viaggio intorno al mondo»

Mercoledì 23 Settembre 2020 di FRANCESCA NUNBERG
Lui che ha girato il mondo per mare, per terra, tra le nuvole e nelle grotte, questa volta ha esplorato un quartiere di meno di tre chilometri quadrati. E camminando per le strade di Tor Pignattara con la macchina fotografica al collo dice: «Mi sembra di essere sempre in viaggio». “Fuori Centro” è la prima personale fotografica di Natalino Russo, 48 anni, nato a Caserta, dedicata a Torpigna”, che verrà inaugurata il 25 settembre e resterà aperta fino al 25 ottobre nella galleria Up Urban Perspective Factory di via Ciro da Urbino 51. Scrittore, speleologo e fotografo, Natalino Russo è abituato a legarsi attraverso l’obiettivo all’ambiente che lo circonda. Curata da Francesca Pagliaro e inserita nel programma  del Pigneto Film Festival, la mostra è una riflessione sul concetto di periferia romana. Curiosa la modalità espositiva: a ognuno degli scatti è assegnato il nome di un posto del centro come Villa Borghese o Piazza Trilussa: organizzate in coppie, le fotografie raccontano la relazione tra il fotografo e il quartiere cercando di capire quanta Roma c’è in quella che tradizionalmente viene considerata periferia. La mostra è organizzata in collaborazione con Muri Sicuri che accompagnerà il pubblico in una visita guidata del quartiere il giorno dell’inaugurazione (prenotazioni a murisicuri@gmail.com).

Dopo la laurea in Scienze naturali Russo si è specializzato in reportage di viaggio e montagna e nella redazione di guide. Tra i suoi libri “La via di Santiago”, “Guida al Vulcano Laziale”, “Il respiro delle grotte”; per il Touring Club Italiano ha curato le guide di Berlino, Spagna Sud, Austria, Norvegia, Barcellona, Campania, Calabria, per Autostrade per l’Italia ha realizzato il progetto “Sei in un paese meraviglioso”, ha scritto “111 luoghi di Napoli che devi proprio scoprire”, “L’Italia è un sentiero”, ed è autore del libro fotografico “Cod bless Norway” di prossima pubblicazione.

Dal vasto mondo a Tor Pignattara, l’orizzonte le si è ristretto?

«Assolutamente no, anzi. Girando per le strade con la macchina al collo, cosa che faccio da quattro anni, da quando ho deciso di venire ad abitare qui, mi sembra di essere sempre in viaggio. È un quartiere di frontiera, dove succedono molte cose, alcuni la considerano periferia...».

Perché questa scelta?
«Abitavo all’Esquilino, dovevo cambiare casa e avevo degli amici a Tor Pignattara, così il passaggio è stato facile. Non so quale dei due quartieri sia più multietnico! Comunque qui c’è grande fermento, artistico e culturale, ci vivono molte giovani coppie, ci sono ben due librerie, un teatro che produce spettacoli suoi, purtroppo nessun cinema...».

Ha cominciato a fotografare il quartiere durante il lockdown?
«In realtà ho cominciato prima, appena arrivato, fotografavo per capire meglio e per essere accettato. Poi durante il lockdown ho avuto più tempo per esplorarlo, percorrevo poche centinaia di metri da casa, ho scattato centinaia di foto e con Francesca Pagliaro, storica dell’arte, abbiamo cominciato a pensare alla mostra ragionando sul concetto di periferia. Cos’è che ci fa definirla tale? Tor Pignattara dista dal Colosseo 5 chilometri, esattamente come i Parioli. E' un quartiere ricco di presenze e di attività, ci sono anche emergenze archeologiche importanti, come il mausoleo di Elena, detto “Torre delle Pignatte”, realizzato con piccole anfore usate come mattoni da cui prende il nome».

Perché questo curioso allestimento?
«Restando in tema centro-periferia, le didascalie delle foto fanno riferimento a luoghi della Roma turistica. Ad esempio quella di una persona di spalle che guarda dal terrazzo, che per inciso è mio fratello Luigi che fa lo scultore, si intitola Belvedere del Gianicolo, quella intitolata Terrazza del Pincio, con una coppia che danza su un tetto, è affiancata a Campo de’ Fiori, dove alcuni uomini in turbante s’incontrano a un incrocio».

Cosa ha scelto di fotografare di
“Torpigna”?
«Persone, sguardi, solitudini, gente seduta in panchina, volti caratteristici. Per esempio durante il lockdown c’è stato un cantante, Manuele Fraternali, che tutti i pomeriggi alle 18 portava in terrazzo l’impianto di amplificazione e cantava tre brani. Col passare dei giorni è diventato il personaggio del quartiere: le persone gli scrivevano su Facebook per i compleanni, volevano dediche per le ricorrenze, la sera gli chiedevano i brani per il giorno dopo. Lui è stato uno dei miei soggetti».



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