Folco Quilici, l'uomo delle immagini che sapeva narrare e far commuovere

Folco Quilici, l'uomo delle immagini che sapeva narrare e far commuovere
di Renato Minore
4 Minuti di Lettura
Sabato 24 Febbraio 2018, 19:36

Vorrei iniziare a parlare di Folco Quilici con un ricordo personale (ma credo non solo personale) di alcune straordinarie immagini che penso molti lettori, almeno quelli non giovanissimi, sicuramente conservano nella memoria. A me è capitato di rivederle di recente, durante una rassegna dedicata alla storia del documentario del Novecento. Sono le immagini di un suo eccezionale film, “L’Abruzzo e visto dal cielo”, con testo di Ignazio Silone di più di quaranta anni fa, che faceva parte di una serie molto famosa, “L’Italia vista dal cielo”.

Un viaggio eccezionale attraverso la storia dell’Abruzzo, della sua civiltà, con le montagne che appaiono prepotenti protagoniste della realtà di questa terra, i massicci rocciosi che hanno determinato il destino degli abitanti tanto da diventare la chiave di lettura per la conoscenza della loro storia. Una terra aspra e impervia con le barriere rocciose che hanno preservato la regione e ne hanno caratterizzato la storia e la civiltà. Ricordo il paesaggio magico nell’alternarsi delle case color terracotta, del verde intenso dei boschi e delle morbide ombre delle montagne, l’incontaminata solitudine dei paesi d’Abruzzo congiunta al rinnovamento che trasforma una civiltà contadina in una civiltà consapevole di altri sviluppi. Ricordo ancora bellissime immagini di Teramo e, ahimè!, dell’Aquila che oggi ci commuovono perché testimoniano uno spazio urbano storico artistico, che è stato profondamente segnato dal sisma. Quel documentario, che ora è entrato nella storia del documentario italiano del Novecento, è solo una scheggia minima della straordinaria creatività intellettuale di Quilici, della sua operosità “rinascimentale” nell’usare più strumenti di espressione spaziando dal cinema alla televisione al giornalismo alla letteratura, alla fotografia, all’antropologia, all’archeologia.

Fernald Blaudel, il grande storico, ha scritto che, per accostarci nel modo migliore all’opera di Quilici, è importante aver capito e ben capito il suo autore. Scrittore, egli è l'uomo delle spiegazioni, delle interrogazioni che disciplinano e guidano le parole. Egli è ancor più l'uomo delle immagini. Immagini che parlano, che traducono il discorso, che in esso s’inseriscono con forza e vi esplodono a piacimento. Perciò un paragone si rivela valido per avvicinarci a lui. Braudel fa quello del pianista dotato di grande padronanza tecnica: le note della mano sinistra s’inseriscono nella serie delle note della mano destra, la mescolanza di una produzione "enciclopedica" si potrebbe davvero definire la sua creatività, costruita con strumenti quali la macchina da presa, la macchina fotografica, la macchina per scrivere, diversi ma complementari, e utilizzati per esplorare, illustrare e raccontare una realtà in fondo unica: l'Uomo e l'Ambiente, la Natura come radice culturale dell'individuo. Quilici non smette di indagare con curiosità unica il mondo che lo circonda, passando dalle profondità marine agli abissi dimenticati della nostra Storia.

Non va dimenticato il Quilici narratore, che ha scritto moltissimi romanzi come “Naufraghi”,” Cacciatori di navi”, “Alta Profondità Mare Rosso”, “Tolbulk 1940” , “Libeccio”. Non è facile trovare di questi tempi tanta pienezza di narrazione né tanta felicità di scrittura, uno stile colloquiale, senza forzature, che recupera una visione lealmente eroica della vita con rischio, azzardo, avventura, conflitto. Basta pensare all’ultimo romanzo , “La Dogana del Vento”. Qui non c’è un solo paesaggio marino, non c’è una goccia d’acqua, non si parla di mare, ma c’è la montagna da sfondo per raccontare una storia davvero emozionante e commovente.

La storia si svolge nei giorni dell’epilogo della seconda guerra mondiale, quando dal Sud avanzano le truppe angloamericane, con la speranza dell’imminente libertà che diventerà presto realtà. In quella confusa primavera torbida e cruenta, un ragazzo italiano quindicenne, troppo alto perché continui ad andare a scuola con rischio di essere arruolato a Salo, rifugiato come sfollato per l’incalzare dei bombardamenti in val Brentana con la madre (il padre è disperso in guerra), prova un’istintiva simpatia per uno strano soldato dagli occhi di mandorla. Quel soldato di poco più grande è un cosacco. Fa parte di un gruppo di ventimila cosacchi, la popolazione nomade fedele allo zar e alleato ai nazisti. Con le loro donne, i vecchi e i bambini, accompagnati da imponenti cavalli, si sono stanziati nel nord, da antibolscevici e controrivoluzionari combattono come volontari a fianco dei tedeschi e degli italiani. Guido, che ha continui contatti con una formazione moderata di partigiani e che sa dei misfatti commessi da quell’eccentrico esercito in cui alcuni esibiscono ancora colbacchi e divise zariste, conosce così quel popolo cosacco sotto un volto diverso. Questo è il primo incontro, dunque; e la storia da una parte è di Guido che vive in questi giorni difficili, fa le esperienze, va a lezioni private, incontra i partigiani e incontra ogni giorno la dura realtà della guerra ormai alle ultime battute, ai suoi colpi di coda. E dall’altra parte quella dei cosacchi che saranno costretti a una ritirata disperata, cercheranno di andare in Svizzera, ma sarà impossibile. Fuggono e dopo aver cercato un accordo con i vincitori, finiscono male. S’intrecciano così piccole storie di piccoli uomini con i grandi sentimenti con i grandi avvenimenti della storia, e non è la prima volta nei libri e anche nei film di Quilici.

E’ il volto orgoglioso e affascinante di un’indomita comunità guerriera e quello dolce e leale di un ragazzo, giovane e pieno di speranze. Attraverso il tempo e anche dopo la guerra, il rapporto tra queste due realtà è un po’il leitmotiv, il nucleo germinativo del racconto, che è anche un piccolo romanzo di formazione, intenso e avvincente.

© RIPRODUZIONE RISERVATA