Due mostre nel cuore della capitale ricordano la Repubblica Romana, stagione breve e cruciale del Risorgimento italiano

Venerdì 14 Dicembre 2018 di Andrea Velardi
E’ la parentesi più simbolica e gloriosa del Risorgimento italiano quella della Repubblica Romana ricordata il 12 dicembre nell’ambito del Festival Pasquino Rap presso il Centro Studi della Cappella Orsini alla presenza di Mara Minasi, responsabile del Museo della Repubblica Romana sito sulla sommità del Gianicolo. Ma forse, a causa della sua brevità, è quella che ha avuto meno diffusione e presa nell’immaginario del nostro popolo, tanto da non essere assurta allo stesso rango della Spedizione dei Mille. Eppure è l’esperienza dove i grandi fautori di quella stagione hanno potuto realizzare la loro utopia nazionale. Una Repubblica, nata in seguito ai moti del 1848 che misero in subbuglio l’Europa, governata brevemente dal 9 febbraio al 4 luglio 1849 dal triumvirato di Carlo Armellini, Giuseppe Mazzini e Aurelio Saffi e che ebbe in Giuseppe Garibaldi il suo difensore generale fino alla capitolazione sotto i colpi dell’esercito francese. Si trattò della prima esperienza che mise in atto i principi mazziniani del suffragio universale, della libertà di culto e diede un’impronta irreversibile al Risorgimento. Una stagione di cui è travolgente appassionato lo scrittore Maurizio Maggiani, Premio Strega 2005,  autore «Romanzo di una nazione» e dello spettacolo “Carne macinata per l’universo - Gli eroi che ci hanno rubato” portato in giro durante il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia. Vero spirito anarchico, affascinato da Mazzini e Piscane, si fa spesso affabulatore unico e speciale dell’esperienza irripetibile della Repubblica Romana.
 
Il Centro Studi celebra la Repubblica Romana attraverso l’inaugurazione di due mostre. Al piano di sopra dipinti dei protagonisti  del Risorgimento rivisitati in modo satirico o pop con il Cavour, vero d’Italia ritratto senza bulbi oculari, di Giovanni di Carpegna; il re Vittorio Emanuele II in versione fantasy di Eugenio Rattà;Verdi e Wagner collegati da spiritelli emblematici del della crisi depressiva  che investe l’autore di Va pensiero dopo la visione del Parsifal. E poi, in una serie divertita di ironici rimandi araldici e generazionali, ecco il ritratto di Luigi Settembrini fatto dal suo discendente Ruggero Lenci;  Delfina Rappini di Castel Delfino che ci regala una serie di sketch satirici in qualità di discendente di Gioacchino Murat, ritratto anch'esso da lei; il ritratto di Giuseppe Garibaldi fatto da Gianna Paola Cuneo discendente del biografo di Garibaldi Giovanni Battista Cuneo e i triumviri assimilati ai Beatles  di Sgt. Pepper's, ritratti, in modo assolutamente anti-nostalgico e con vena nazional-pop, da Roberto Lucifero, discendente del ministro della Real Casa Falcone Lucifero.  
 
Il Pasquino della serata non è satirico e baldanzoso, ma è Cesare Pascarella, poeta di una elegia fremente e paradossalmente trionfale. L’attrice Michela Caruso ha letto infatti un testo in dialetto romanesco pubblicato l’ultima volta nel 1954 da Mondadori, che si intitola «Storia nostra», nato col proposito di raccontare la storia d’Italia in sonetti. Caruso estrapola i sonetti che raccontano il momento in cui il generale francese Oudinot intreccia superiorità numerica e raggiro e,  pur avendo garantito in una lettera firmata al generale Roselli la data del 4 per l’inizio delle ostilità, rompe l’armistizio  entrando al Gianicolo a tradimento all’alba del 3 giugno. Pascarella racconta  la resistenza durata un mese  con esito negativo per le sorti della Repubblica Romana. Si comincia dal sonetto 157: " E noi come sentissimo er cannone Ch’era l’allarme de li tradimenti, Trombe!... tamburri! ... Fra la confusione De staffette, de strilli, de lamenti,Se seppe che er nemico era padrone».Versi di grande coinvolgimento e impatto emotivo, di cui di cui era entusiasta Giosuè Carducci: «Mai la poesia dialettale era salita a questa altezza. Qui tutto è vero non è il poeta che parla, è un trasteverino, un romano che vive e fece ».
 
La mostra al piano inferiore riguarda la collezione di cimeli della pittrice Gianna Paola Cuneo, il cui   antenato Giovanni Battista Cuneo (1809-1875) è stato uno dei più ferventi mazziniani del Risorgimento, divenuto amico e poi biografo di Giuseppe Garibaldi in circostanze romanzesche. «Comandava una nave di trasporto – racconta la pittrice- ai primi dell’ottocento che partiva da Oneglia e andava verso la città russa di Taganrog attraverso il mare di Azov per caricare il grano.  Lì in una bettola seduto insieme ai marinai parlava della Giovane Italia, di Mazzini, dei moti rivoluzionari per l’Unità nazionale. Per questo veniva soprannominato il credente di Taganrog. Ad un altro tavolo stava seduto Giuseppe Garibaldi, ancora ignoto comandante di un’altra nave proveniente da Nizza, il quale ascolta, si alza, va ad abbracciare il giovane mazziniano e decide di unirsi a questi volontari. Tornati in Italia parteciparono a degli attentati, furono schedati e dovettero fuggire. Garibaldi tornò a Nizza attraverso le montagne e s’imbarcò per l’America e così fece Cuneo che lo ritrovò a Rio de Janeiro dove cominciarono la propaganda per la Giovane Italia e Cuneo aprì un giornale che si chiama l’Italiano». In seguito Cuneo divenne l'autore della principale biografia di Giuseppe Garibaldi, pubblicata nel 1850, ristampata poi da Mursia con prefazione di Giovanni Spadolini. 
 
Questa ascendenza ha stimolato Gianna Paola Cuneo alla raccolta di altre opere riguardanti il Risorgimento, la spedizione dei Mille e la Repubblica romana. In mostra sono presenti i cimeli dei bisnonni e dei nonni della pittrice. Vi è la stampa dal titolo «Da Rio Grande a Digione» dedicata all’apoteosi di Garibaldi nel dicembre del 1882, dove Garibaldi è incoronato di lauri assiso su una nuvola tra Cristoforo Colombo e Cesare Beccaria. Una parete è dedicata alle incisioni sul biennio 1849-50 della Repubblica romana  con una litografia composita con al centro re Vittorio Emanuele e la scritta «Roma agli italiani- Siamo a Roma e ci staremo». Un’altra parete è dedicata alla collezione di 20 incisioni del grande litografista e caricaturista francese Honoré Daumier, antesignano della satira politica contemporanea, che irridono intelligentemente le nazioni del tempo. Sulla parete campeggia una litografia a colori di Garibaldi  generale dell’esercito piemontese, nominato «cacciatori delle alpi».
 
Nonostante a livello nazionale se ne sia persa un po’ la percezione, a Roma è ancora fervida la memoria del biennio 1849-50 e le celebrazioni per il 150esimo dell’Unità d’Italia sono partite nel 2011 proprio da Porta San Pancrazio dove è stato inaugurato il Museo della Repubblica Romana, con apparati multimediali che riportano il pubblico alla drammatica plasticità degli scontri fortissimi avvenuti tra il giugno e il luglio del 1949, della battaglia del Gianicolo contro l’esercito francese, valorizzando la simbolicità dello scontro e della capitolazione finale delle forze repubblicane, come spazio sacro alle memorie patrie.  Costituendo così un museo aperto, che mette in comunicazione interno ed esterno e offre ai cittadini una consapevolezza nuova dei luoghi una volta usciti dal percorso della narrazione museale. Ci sono associazioni molto attive, come per esempio il Comitato Gianicolo,  l’Istituto Internazionale di Studi  Giuseppe Garibaldi, l’Associazione Nazionale Garibaldina che ne alimentano la memoria in sinergia con le attività della Sovrintendenza e del Comune. Occorre dunque continuare a divulgare al meglio l’ideale fugace ma incisivo di una Repubblica nata su base elettorale, caso clamoroso in un’epoca dove erano solo i monarchi illuminati a sdoganare dall’alto le Costituzioni, un’ esperienza breve che il cui seme ha dato quel frutto straordinario che si chiama Risorgimento e Unità Nazionale, incarnando per la prima volta  l’energia propulsiva di un ideale rivoluzionario.
 
 
 
 
 
  Ultimo aggiornamento: 17:36 © RIPRODUZIONE RISERVATA