CORONAVIRUS

Cosa resterà del lockdown, Luca Ricci: «Le mie certezze prima del blocco? Le ho dimenticate»

Lunedì 18 Maggio 2020 di Luca Ricci

A un certo punto del lockdown ho visto la cameretta di mia figlia trasformarsi in un’aula scolastica e, lo ammetto, ho origliato e sbirciato dalla porta più di una lezione a distanza, perché in fondo la bellezza (e la tragedia) di noi genitori è anche rivivere quella che è stata la nostra infanzia, riviverla attraverso i figli. Sono tornato a scuola, dunque. Poi ho scoperto la gioia del tetto condominiale, un luogo che prima percorrevo distrattamente solo quando l’ascensore era rotto, che d’improvviso è diventato un punto d’osservazione sul mondo. Mi ha colpito il silenzio, e mi sono messo a osservarlo. Dico osservarlo e non ascoltarlo, perché il silenzio della quarantena è stato materico. Roma silenziosa è quasi un ossimoro, e un po’ di quel silenzio me lo sarei voluto mettere nelle tasche, farne scorta per quando tutto sarebbe tornato normale, e perciò assordante. Che altro? Ho dichiarato a un giornale che non avrei mai scritto un racconto sul virus e subito dopo ho scritto un racconto sul virus, capendo, semmai ce ne fosse stato bisogno, che i due mesi appena trascorsi sono stati un evento eccezionale, al di là del bene e del male. Le convinzioni di prima del blocco mi sono servite a poco, per esempio che la letteratura non si può mai fare con il presente. Ma il lockdown mi ha fornito anche tutta una serie di conferme su me stesso: non sarò mai un cuoco provetto (se non vuoi metterti ai fornelli o a impastare il pane nemmeno in quarantena…); non ho letto più libri perché ho avuto più tempo, semplicemente perché io leggo in continuazione e in qualsiasi circostanza, ho sempre letto e sempre leggerò. In definitiva, c’è da dire che per essere stato sempre in casa non ho avuto un minuto di tempo libero! 

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