Arte, quando Raffaello scoprì i segreti di Villa Adriana e trovò ispirazione

foto di GIANNETTI/Ag. TOIATI
di Laura Larcan
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Domenica 5 Aprile 2020, 13:28

Raffaello a Villa Adriana, una storia degna di un romanzo. Disegni di “grottesche” segrete visti su un diario di viaggio, le rivelazioni di un amico artista che ha l’abitudine di calarsi in cunicoli e grotte, il mito della Domus Aurea e la curiosità di scoprirne un’altra, altrettanto fastosa. Una trama che è partita da una lettera: «Domani dopo 27 anni rivedrò Tivoli, col Navagero e Beaziano, il signor Baldassar Castiglione e Raffaello. Andiamo a vedere il tutto, l’antico e il nuovo». La missiva è datata il 3 aprile del 1516, è indirizzata al cardinale Bernardo Dovizi da Bibbiena, e a scriverla è Pietro Bembo, quel fine letterato e poeta, amico intimo del pittore urbinate (sarà lui a comporre i famosi versi che oggi si leggono incisi sulla sua tomba al Pantheon).
 

 


E fu così che il 4 aprile, il giorno dopo appunto, Raffaello fece la sua personale gita. Meta del viaggio, i fasti ameni di Villa Adriana. Non fu una semplice scampagnata, però. C’è molto altro in quella visita di celebrità del Rinascimento. Partendo da questo dettaglio biografico, infatti, è stata ricostruita una storia poco nota della cittadella tiburtina di Adriano. Ne sa qualcosa Andrea Bruciati, direttore del polo museale tiburtino del Mibact, che ha raccolto documenti e fonti storiche, incrociando dati d’archivio e reperti, per raccontare la vicenda di «un’altra Villa Adriana, più nascosta e sconosciuta, più misteriosa, che per gli artisti del Rinascimento fu luogo di ispirazione alternativo alla Domus Aurea, svelando ai loro occhi monumenti con decorazioni a grottesche di altissima qualità», spiega Bruciati che ha raccolto questa impresa storica in un volume redatto da Giuseppina Enrica Cinque, professoressa di Disegno dell’Architettura dell’Università Tor Vergata.

Cosa vide dunque Raffaello in quella gita? Una porzione della Villa Adriana oggi preclusa al pubblico, non lontano dall’albero amato da Marguerite Yourcenar, presso la Valle di Tempe e il complesso della Palestra. È la “camera picta” nell’area del Tempio di Venere. «Un luogo ancora da scavare - avverte Bruciati - e dove una volta superate le criticità dell’emergenza coronavirus potremmo programmare un’indagine». Ed è qui che spicca un ambiente che sfoggia volte rivestite di stucchi e frammenti di affreschi di rara raffinatezza: la “strana grotta piena di figure” di Villa Adriana. Con figure fantastiche, antropomorfe e bestiali intrecciate a motivi vegetali e astratti.

Ma perché Raffaello andò a Villa Adriana quando poteva avere già la Domus Aurea sul Colle Oppio? È da questo quesito che si dipana la trama. Gli indizi di partenza agli studiosi li hanno forniti le biografie di Giorgio Vasari. «Secondo Vasari, gli unici artisti che passano mesi a studiare Villa Adriana alla fine del ‘400 sono Bramante e Morto da Feltro, artista quest’ultimo che deve il suo nome particolare al fatto che andasse sempre per cunicoli e sotterranei - racconta Andrea Bruciati - E se di Bramante abbiamo scoperto le affinità tra la tholos della nostra Roccabruna tiburtina e il tempietto di San Pietro in Montorio a Roma, molto più complesso è il tema della suggestione del sito nell’arte di Morto. Alla luce di quanto emerso dalle ricerche condotte, è possibile definire il ruolo di Morto da Feltro di primaria importanza. Dobbiamo pensare che ha lavorato prima con Pinturicchio, poi a Firenze con Leonardo, a Venezia con Giorgione, ma soprattutto ha intessuto rapporti intensi con Raffaello sullo sfondo di Firenze, ed è stata maestro di Giovanni da Udine, da cui ha appresso per lezione diretta il fascino della grottesca».

Eccolo il trait d’union. Fu probabilmente Morto da Feltro a svelare a Raffaello la bellezza delle “grottesche” di Villa Adriana. «Immagino che la visita a Villa Adriana sia stata a lungo desiderata, probabilmente prima del suo arrivo a Roma - riflette Bruciati - Da una parte c’era il richiamo dell’importanza delle statue delle Muse scoperte a Villa Adriana nel 1500 che gli era di certo già stata trasmessa da Leonardo, che viene a Villa Adriana nel 1501. Dall’altra, ha contato il rapporto con lo stesso Morto, nel periodo fiorentino di elaborazione della Madonna con Sant’Anna e San Giovannino».

Cosa rappresentava Villa Adriana agli occhi degli artisti? «L’imponente area archeologica tiburtina viene identificata con la Villa di Adriano già nel 1432 da Ciriaco d’Ancona, ma inizia ad essere oggetto di interesse nel 1461, a opera di Pio II che promuove i primi lavori di “ripulitura” - ricorda Bruciati - Se ne interessarono gli architetti, per trarne spunti progettuali, e gli artisti, per copiarne le sontuose decorazioni. Ma certo, all’inizio del 1500, quando la visiterà Leonardo, la Villa era di nuovo coperta di vegetazione, con gli edifici per lo più interrati».

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