Camilleri, da “Il corso delle cose” all'infinito Montalbano, anatomia di un fenomeno letterario

Camilleri, da “Il corso delle cose” all'infinito Montalbano, anatomia di un fenomeno letterario
di Renato Minore
4 Minuti di Lettura
Giovedì 18 Luglio 2019, 18:49

Le cose andarono così: il 27 dicembre del 1968 Andrea Camilleri, che a quel tempo era soltanto regista televisivo e teatrale, finì il suo primo romanzo iniziato un anno e mezzo prima per «irresistibile gana di contare una storia mia con parole mie». Solo dieci anni dopo “Il corso delle cose” uscì da un editore a pagamento che rinunziò alla prebenda perché, nel frattempo, il testo era diventato uno sceneggiato televisivo. Pur molto apprezzato da quel vero rabdomante della lettura che era Nicolò Gallo, il romanzo era passato sotto le forche caudine di molti giudizi, con molti no e qualche timido ni rimasto senza esito. Una cosa è certa: quei lettori editoriali si dimostrarono almeno disattenti. Perché il Camilleri 1968 era già lo stesso Camilleri esploso quasi trenta anni dopo, con le storie siciliane, i romanzi storici, l’infinito Montalbano.

C’era innanzitutto la scelta di quella sua lingua meticcia, granulata d’idiomatismi che non sono solo una quinta o uno scenario dialogico, un’immedesimazione nei calchi comportamentali dei personaggi che così parlano e così parlando si muovono fatalmente conficcati nel microcosmo siculo. Con la sua infiorettatura che è come una pioggerellina insistente sul registro di una lingua chiamata a dare i referti “di un giallo di provincia” con tanto di mafia. L’ambiente è quello cruciale che gronda di sicilianità, finestre serrate, circoli di amici, coppole in agguato, chiacchiere di barbiere informatissime ed elusive, onori e affari dentro una circolarità omertosa. Gesti e parole sembrano stingersi in una ritualità inesorabile, in un gioco di condizionamento sociale indistricabile e “sinuoso” che mettono in luce un’ambiguità tutta isolana come una felpa che separa le azioni dalle loro motivazioni. Una realtà dura, opaca, un sipario definitivo che impedisce di capire davvero cosa si nasconda dietro l’uccisione di un uomo infilato fino alla cintola e che risolve tutto in un “fatto di corna”.

“Il corso delle cose” è il primo tempo di una straordinaria inesauribile macchina narrativa che si è mossa per oltre trent’anni creando un universo di figure, situazioni, ambienti, suggestioni in cui la stessa serialità (nel caso di Montalbano) ha funzionato proprio nel senso di seguire e approfondire la traccia ogni volta reiterata: il “giallo” è il meccanismo disvelatore, scortica e mette a nudo, fa discreta e amabile sociologia e antropologia dentro cui, con scarti ben misurati dalla scansione del racconto, scivola la “verità” sull’episodio criminale. La lingua e il giallo: un metodo davvero singolare e felice di un autentico, antico cantastorie con il suo infallibile tono di oralità che torna alle radici stesse del narrare. Di un moderno e intelligente uomo dei media, che ha costruito tante storie e tanti adattamenti radiofonici e televisivi, ogni volta penetrando i meccanismi della loro formula testuale: penso alla esperienza dello sceneggiatore di Simenon fondamentale anche per il futuro scrittore Camilleri. Di un intelligente uomo di teatro che (come ha ben scritto Nicola Fano) lega gli esperimenti dell’avanguardia alle esigenze della cultura popolare con l’approdo alla letteratura passando da Beckett a Simenon valutandone (ed esaltandone) i punti in comune.

La memoria del lettore fidelizzato con l’universo di Camilleri, grazie anche alla sua fortunata versione televisiva che non ha uguali nella storia audiovisiva italiana, corre inevitabilmente a ciò che di questa felicissima formula gli è sembrato più felicemente realizzato, in una serie davvero inesauribile. Pensa al commissario dei venti racconti de “Gli arancini di Montalbano” che si concede anche il lusso di citare Barthes al questore che lo ascolta con la bocca spalancata: “La minaccia non ha valenza tragica ma cognitiva”. Il delitto s’insinua tra le pieghe della normalità, basta una traccia, una lieve increspatura nell’ordine del quotidiano, dove tutto galleggia e sembra spegnersi.  La filologia congetturale del commissario deve applicarsi al fondo torbido e malsano di esistenze nascoste e incarognite dal malamore, dagli abusi e dalle sopraffazioni, dalla crudeltà e dalla sordidezza, dalle ritorsioni e dai ricatti, dalla gelosia e dal rancore: non meno che dall'interesse.

Ancora una volta, con un meccanismo che scatta ormai con felice automatismo, per raccontare la verità di una storia che lentamente si fa strada, ma è una soluzione che Montalbano non vorrebbe ammettere neanche a se stesso, c’è la lingua di Camilleri. Una lingua che è una sorta di «clausola ritmica», di cursus della memoria che ravviva e colora l'espressione dando lindore e scorrevolezza alla frase stupita dalle sue invenzioni di verosimiglianza dialettale. Si pensa ad esempio al romanzo storico “La scomparsa di Antonio Patò”, un mistero che sembra prefigurare i tanti enigmi del Novecento: Camilleri scartavetra un autentico rosario di usanze popolari costumi e cattivi costumi che arrivano fino a noi, reticenze omertà silenzi rappresentati nel teatrino comunitario siciliano che è specchio di un teatro ben più vasto e tentacolare. Si pensa infine al suo romanzo più ambizioso, il “Re di Gigenti”. Una breve fulminante parabola di vita e di morte, in un settecentesco contesto rurale, con “sciupa femmine” e maghi imbroglioni, nobili cornuti e nobili infoiasti. Un gran teatro barocco con diavoli, briganti e santi miscelati in fisionomie ora realistiche ora visionarie ora grottesche ora scopertamente comiche. Ma sono solo ricordi, tracce persistenti di lettura, impressioni più forti di altre. In attesa di sapere come davvero finisca l’epopea di Montalbano, Camilleri è quel tesoro di storie che continueranno ancora a circolare in un gruppo sempre più largo di persone come “sedute in un cerchio, una voce che parla, la notte che scende intorno a un fuoco”.



 

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