Woody Allen: "Nel mio nuovo film
l'omaggio al grande cinema"

Woody Allen sul set di "Rifkin's Festival"
di Gloria Satta
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A 85 anni, Woody Allen non ha nessuna voglia di andare in pensione. Le accuse (reiterate ma mai provate) di aver molestato la figlia adottiva Dylan, l’ostracismo del cinema e degli editori americani, il ”pentimento” politicamente corretto di alcuni suoi attori non impediscono al grande regista di sfornare un film dietro l’altro. «Il prossimo verrà girato a Parigi», annuncia Woody in collegamento dal salotto della sua casa di New York tra libri, divani, quadri dal rassicurante gusto borghese, «dovevamo inziare le riprese prima della pandemia, poi si è bloccato tutto. Sono pronto a ricominciare». Intanto, il 6 maggio, Vision distribuirà nelle sale Rifkin’s Festival, 49mo titolo delle sfologorante carriera del regista, benedetta da 4 Oscar. Coproduzione italo-spagnola (The Mediapro Studio, Gravier Productions e Wildside), tutto girato in una San Sebastian illuminata resa ancora più suggestiva dalla luce calda di Vittorio Storaro alla quarta felice collaborazione con Allen, interpretato dal 77enne Wallace Shawn, Gina Gershon, Louis Garrel e Elena Anaya, il film è ricco di humour e insieme profondo. Un piccolo gioiello che s’inchina al grande cinema dei maestri e ci mostra il Woody migliore: leggero come una piuma, riflessivo ed ironico, arguto e profondo. Protagonista è uno scrittore, Rifkin, che segue la moglie addetta stampa al festival nella cittadina basca. Tra gelosie e ipocondrie, flirt e scorci suggestivi, Woody rende omaggio a Fellini, Bergman, Godard, Truffaut, Buñuel i cui ”cult” rivivono in irresistibili ”rivisitazioni”.
Quanto le somiglia Rifkin?
«Come tutti i personaggi dei miei film, contiene molti aspetti del mio carattere. Conosco troppo bene i miei difetti, le mie ansie, il mio umorismo. La famiglia mi accusa di trasformare in sintomi medici ogni preoccupazione, ma non posso farci niente: metto queste cose nei miei film perché parto sempre da esperienze personali».
Da dove nasce il culto per il cinema europeo?
«Mi sono formato nel dopoguerra quando eravamo convinti che il cinema europeo fosse artisticamente e tecnicamente maturo e quello americano infantile. Continuo a pensarlo».
Lo streaming finirà per uccidere le sale?
«Temo di sì, sono pessimista. Le sale hanno iniziato a chiudere ben prima della pandemia. La gente si è abituata a vedere i film in casa, su schermi sempre più grandi, senza pagare uno o più biglietti e senza vicini che tossiscono o bisbigliano. Basta premere un bottone e vedi il film. Ma il cinema è un’esperienza collettiva che fa fatta in sala. Capolavori come Via col vento, Quarto potere, Il Padrino non sono stati fatti per essere visti al computer in compagnia di pochi amici».
Le serie non la affascinano?
«Mai vista una, anche se solo dagli amici che ne esistono di ottime. La sera, dopo cena, in tv guardo lo sport e l’attualità».
E’ vero, come ha scritto ”Variety”, che la sua carriera americana è finita?
«Io giro i film dove trovo i finanziamenti. E se me li accordano in Europa, com’è successo di recente, sono felicissimo. Fuori da Manhattan mi sento più leggero, quasi in vacanza. Anche la mia famiglia adora viaggiare per c onoscere luoghi e culture diverse».
Teme che i suoi film non vengano più distribuiti negli Usa?
«Nom direi. A Rainy Day in New York, uscito in pochi cinema, ha avuto un grande successo. E ora anche per Rifkin’s Festival ci sono delle offerte. Io penso sempre che i film vadano visti in sala. Non parlo solo dei miei, mi riferisco al cinema in generale».
Nei suoi film parla spesso di Dio: se lo incontrasse cosa gli chierebbe?
«Ma come hai fatto a permettere certe cose? Pur essendo un fan di Dio, sarei scortese e molto critico».
Lei gira film e scrive libri: che differenza c’è?
«Un libro lo puoi cambiare fino all’ultimo minuto, ma sul set devi attenerti alla sceneggiatura».
Perché ai festival va sempre fuori concorso?
«Non accetto l’idea della competizione. Chi può dire se un film è migliore di un altro? Il meccanismo deelle giurie e dei premi non ha senso».
La pandemia cambierà per sempre i rapporti umani?
«Forse lavoreremo di più a casa e sceglieremo abitazioni fuori città ma i desideri, le debolezze, le tensioni tra le persone rimarranno immutati».
Cosa pensa di Joe Biden?
«E’ un ottimo presidente e un magnifico essere umano. Da quando c’è lui perfino la pandemia ha avuto un calo».
Perché dice sempre di non aver girato un grande film? Troppo modesto?
«No, sono realistico. Capolavori come Rashomon, Il Settimo sigillo, Quarto potere non li ho diretti io. Ma se penso alla mia carriera sono fiero di un fatto».
Quale?
«Ogni volta che ho girato un film ho fatto fatto il massimo sforzo. E ho avuto una libertà creativa totale, ho sempre scelto cosa raccontare e con chi lavorare. Gli altri registi questa libertà se la sognano».

Mercoledì 5 Maggio 2021, 19:34
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