Emanuele Salce: «Ecco chi era Vittorio Gassman, il mio amato carnefice»

Emanuele Salce: «Ecco chi era Vittorio Gassman, il mio amato carnefice»
di Gloria Satta
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Lunedì 29 Giugno 2020, 08:34 - Ultimo aggiornamento: 08:36

Un padre e un figlio. Un rapporto fatto di scontri e riappacificazioni, dolori e sorprese, affetto negato e poi ritrovato. «Ci siamo odiati, ignorati, amati», rivela Emanuele Salce, 53 anni, attore e regista, che ha vissuto l'infanzia e la prima giovinezza accanto a Vittorio Gassman: nato dall'unione di Diletta D'Andrea con il regista Luciano Salce (scomparso nel 1989), andò a vivere con il Mattatore quando sua madre si innamorò di lui. Ha condiviso la quotidianità con Gassman più a lungo dei suoi primi figli biologici Paola, Vittoria, Alessandro. Vittorio se ne andava vent'anni fa, il 29 giugno 2000: Emanuele, che a Luciano e Vittorio ha dedicato il fortunato spettacolo teatrale Mumble Mumble-ovvero confessioni di un orfano d'arte, ha imparato a scavarsi dentro e oggi ricorda con tenerezza, un pizzico di dolore stemperato dall'ironia, e un'evidente commozione, la sua vita da intruso accanto al gigante dello spettacolo. Da cui ha ricevito anche l'imprinting vocale: il suo eloquio teatrale evoca indiscutibilmente Vittorio.

Quanto tempo ha vissuto con il grande attore?
«Quando mamma andò a vivere con lui, nel 1968, avevo due anni e sono rimasto con loro fino ai 19. Vittorio era all'apice del successo, l'idolo di tutti. Era Brancaleone. Nel 1980 nacque Jacopo, poi venne da noi anche Alessandro. Il mio rapporto con il compagno di mia madre è stato difficile: lui nel privato era un uomo complesso, più a suo agio sulle assi del teatro che sui pavimenti di casa».

E questo fatto come ha influenzato la vostra vita comune?
«Vittorio vedeva in me un rivale che gli contendeva l'amore di mia madre. In qualche modo mi temeva, perché non concepiva che lei potesse riversare dei sentimenti forti sia su di lui sia su di me. Ho trascorso un'infanzia randagia dividendomi tra casa Gassman, casa Salce, il collegio, mia nonna. Con Vittorio ci siamo ritrovati quando eravamo già adulti e io stavo per conto mio da anni».

Come andò la riappacificazione?
«Lui mi chiamò: Sono Gassman, hai due ore nella tua agenda per vedermi?. Parlammo, ci spiegammo. Mi chiese scusa: già in preda alla depressione, era diventato fragile, abitato dai sensi di colpa. Quando si sgretolò il suo mito, accettò di essere imperfetto, mortale come tutti. Conoscevamo Gassman, la malattia ci ha restituito Vittorio».

E lei è riuscito a perdonarlo facilmente?
«Ci ho messo un attimo ed è stato molto bello. Avevo avuto la sindrome di Stoccolma, era il mio amato carnefice. E un debito di affetto negato, così sono passato all'incasso: negli ultimi anni Vittorio mi ha voluto accanto a lui, l'ho seguito nel lavoro, gli facevo da assistente-confidente».

È diventato finalmente suo figlio?
«Anche se con Jacopo, il figlio che gli è stato più vicino, Vittorio ha dato prova di maturità genitoriale, con me ha vissuto tardivamente un rapporto privilegiato. Eravamo due persone nuove, ci stavamo finalmente simpatici. A volte addirittura lo proteggevo da mamma, il più grande, vero nonché longevo amore della sua vita... Sono stati anni bellissimi, all'insegna della grande sincerità: lui, sempre restio ai contatti fisici, da me si faceva abbracciare».

Qual è la dote di Vittorio che ricorda con più piacere?
«A parte la sterminata cultura e l'intelligenza, la sua ironia fuori dal comune. Io, che non ho potuto coltivare il rapporto con mio padre Luciano scomparso troppo presto (a lui ha dedicato mostre e documentari, ndr), ho ritrovato una persona nuova. Vittorio era stato il mio nemico, in tarda età è diventato amico e compagno».

Cosa manca oggi al mondo di Gassman?
«Siamo rimasti orfani non solo di Vittorio ma anche di personaggi come mio padre, Luigi Squarzina, e tutti gli altri della loro generazione, la classe dirigente artistica della seconda metà del '900. Avevano cultura e abnegazione: qualità inconcepibili oggi che si cerca la vita più rapida».

Luciano e Vittorio, amici dai tempi dell'Accademia e militari insieme, litigarono quando sua madre lasciò il primo per il secondo?
«Non hanno mai rotto. Erano troppo oltre, intelligenti e signori per scadere nelle beghe spicciole. Sono rimasti fino all'ultimo avversari di gran classe, quella che entrambi possedevano in abbondanza».
 

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