Venezia, "Le sorelle Macaluso" e "Wife of a spy": le recensioni

Venerdì 11 Settembre 2020
Il primo era un western essenziale mentre questo secondo un musical troppo scalmanato. Parliamo dei due canti cinematografici di Dante, nel senso di Emma, in Concorso a Venezia. La regista teatrale siciliana aveva esordito dietro la macchina da presa nel 2013 con "Via Castellana Bandiera", duello rustico tra donne al volante su stradina stretta, pieno di silenzi e facce da spaghetti western (Elena Cotta vinse la Coppa Volpi ricordandoci Clint Eastwood). Assai bello. Sette anni dopo Dante torna al cinema con "Le sorelle Macaluso" ed è tutto il contrario. Cinque effervescenti siciliane caciarone viste dal 1985 in cui uscì in sala "Ritorno al futuro" di Zemeckis (ne parlano) fino ad oggi e poi con un balzo anche nel futuro. Ragazzine, donne, anziane. Partono in cinque e finiscono in meno della metà. Sono la sensuale Pinuccia («Mi chiudi fuori di casa per ficcare!» le urlerà una), la sognatrice amante della danza Maria, la spensierata Antonella, la “matta” bibliofila Lia e la responsabile Katia, unica a maritarsi.

LE SORELLE MACALUSO
Passano gli anni, cambiano le interpreti ma lo stile è sempre turgido come se la Dante volesse riempire ogni singola inquadratura di letteratura (Oriana Fallaci, Anna Maria Ortese, Dostoevskij), danza (c'è un momento di folla coreografata al mare stile "La La Land") e soprattutto musica (De André rivisto da Battiato, Erik Satie, Gianna Nannini a tutto volume). Ci voleva qualche momento in modalità silenziosa come quando Maria, nel 1985, gioca alla seduzione con una ragazza che le piace dentro un'arena cinematografica deserta in cui le due fanno esplodere la loro passione. Scena splendida tra i pochissimi momenti di eros visti in un Festival cinematografico da anni sempre più privo di sesso (ma perché?). Ennesima pellicola in competizione senza uomini (ma a chi la diamo allora questa benedetta Coppa Volpi maschile?) e addirittura più di 10 Macaluso, comprese tutte le attrici grandi e piccole nei panni di sorelle senza madre né padre fin da piccole. L'interprete che ci è piaciuta di più è la delicata Simona Malato nella versione di Maria adulta, pronta ad indossare il tutù di quando pensava che avrebbe potuto da grande fare la ballerina. Se il primo film fu una piacevole sorpresa, questa opera seconda ci sembra anche più telefonata soprattutto per colpa di un flashback che la regista reputa molto più sorprendente, in termini emotivi e drammaturgici, di quello che in realtà sia.

WIFE OF A SPY
Ma non vorremmo che la Dante smettesse di dirigere anche per il cinema perché si sente un'energia propulsiva che purtroppo manca del tutto allo spy movie "Wife of a spy" spompato fin dai primi minuti, sempre in Concorso, diretto dal veterano Kiyoshi Kurosawa e con uno dei rari uomini quasi protagonisti. Difficile che Issey Takahashi porti a casa l'ambito premio perché la sua prova è tutta sorrisetti e occhiate platealmente furbette in una spy-love story ambientata nel Giappone dal 1940 al 1945. Takahashi è Yusaku Fukuhara, agente del commercio forse ficcanaso per conto degli americani. Il centro del film è lui anche se noi spettatori assumiamo il punto di vista della moglie Satoko, la quale si chiede: mio marito tradisce solo me o anche l'intero Giappone? Peccato per la poca tensione, specie nel finale, perché dalle mani sapienti di Kurosawa avevamo visto in passato scaturire horror prodigiosi come "Cure" (1997) e "Pulse" (2001) nonché spy movie premiati al Festival di Roma, quando c'era il Concorso, ai tempi di "Seventh Code" (2013). In questo caso il film non appassiona, non spaventa, non intriga. Come il rarissimo quasi protagonista maschile di questa Venezia tutta al femminile. © RIPRODUZIONE RISERVATA