Sorrentino, "È stata la mano di Dio": un omaggio a Maradona in un amarcord napoletano

Sorrentino, il suo "È stato la mano di Dio", un omaggio a Maradona in un amarcord napoletano
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Giovedì 2 Settembre 2021, 19:39 - Ultimo aggiornamento: 19:40

Una bella dose di coraggio e nasce "È stata la mano di Dio", film Netflix in corsa per l'Italia al Festival di Venezia, firmato da Paolo Sorrentino, il regista napoletano vincitore del premio Oscar per "La grande bellezza". Perché questo non è solo un film intimo, come più volte annunciato, ma il racconto doloroso nei particolari della sua infanzia, dei suoi genitori, dei suoi parenti, della sua città e, apparentemente, con davvero poche licenze poetiche. Un film-autoanalisi che è un omaggio dichiarato a Federico Fellini, quasi un Amarcord sorrentiniano, un omaggio alla sua Napoli e, manco a dirlo, a Maradona, che lo avrebbe salvato dalla morte.

Sorrentino, il suo "È stato la mano di Dio", un omaggio a Maradona in un amarcord napoletano

Nel 1987, infatti, per assistere a una partita di calcio del Napoli e vedere in azione il Pibe de Oro, il regista va in Toscana a seguire il match, mentre i suoi genitori restano a casa dove, quella stessa notte, una perdita di monossido di carbonio li uccide entrambi, lasciandolo orfano a diciassette anni. E qui la scena più forte di tutto il film: la corsa di
Fabietto Schisa (alias Sorrentino, interpretato da Filippo Scotti) insieme al fratello (Marlon Joubert) all'ospedale per scoprire, dopo un lungo imbarazzo dei medici, che entrambi i genitori (Toni Servillo e Teresa Saponangelo) sono morti. E per
il giovane Sorrentino è furia di fronte al fatto che gli si nega di vedere i loro corpi.

Prima della tragedia la felliniana famiglia del regista dà il meglio di sé: l'amatissimo padre è un uomo pieno di spirito ed è sempre presente (ma, si scoprirà, ha una storica collega come amante), la madre è una donna che ama fare gli scherzi, il fratello è invece un aspirante attore e, infine, c'è una sorella, Daniela, sempre chiusa in bagno. E ancora, la zia Patrizia (Luisa Ranieri) bellissima, sexy ed esibizionista, sposata con il legittimamente geloso Franco (Massimiliano Gallo), l'anziana Baronessa Focale vicina di casa (Betti
Pedrazzi), l'amico contrabbandiere e tanti altri personaggi.

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Cosa accade nelle oltre due ore del film? Tra realtà e finzione, di tutto. Si parte da splendide sequenze di Napoli dal mare, c'è un inseguimento tra finanzieri e contrabbandieri nel golfo, un San Gennaro in una Rolls Royce d'epoca, un Munaciello
(spiritello leggendario del folclore napoletano) in carne e ossa, Federico Fellini (solo in voce) alle prese con dei provini, lui in vespa con entrambi i genitori sul sellino (impossibile non pensare a Nanni Moretti), il suo incontro con Antonio Capuano che, senza nessuna grazia, gli dà indicazioni rispetto alla sua confusa volontà di fare il regista.

In un film sicuramente molto bello, ma del tutto inedito nella produzione del regista napoletano, sono di scena più emozioni che estetica. Il regista questa volta non guarda, ma si fa guardare. E questo senza il narcisismo morettiano, ma nella sua umanità, senza nascondere nessuna fragilità. Infine, cosa animava Sorrentino giovane nel voler fare il
regista? La stessa visione che aveva spinto Fellini, ovvero il fatto che «la realtà è scadente».

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