Sandra Avila Beltran, boss dei narcos fa causa a Netflix: «La fiction si ispira a me. Voglio i diritti tv»

Citata anche Telemundo: «Voglio il 40% dei proventi di La reina del Sur»

Sandra Avila Beltran, boss dei narcos fa causa a Netflix: «La fiction si ispira a me. Voglio i diritti tv»
di Flavio Pompetti
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Giovedì 1 Settembre 2022, 22:40 - Ultimo aggiornamento: 3 Settembre, 16:44

La Reina del Sur sono io, ora pagatemi il dovuto. Sandra Ávila Beltràn non ha gran che da rallegrarsi per il passato di “Regina del Pacifico”, quando per trent’anni ha navigato sulla cresta del traffico di droga tra il Messico e la Colombia, accanto ai signori del narcotraffico, diversi dei quali sono stati suoi amanti. Lungo il percorso ha perso due mariti e un fratello, tutti uccisi da bande rivali. È sopravvissuta in modo rocambolesco ad un attentato e si è fatta sette anni di carcere tra gli Usa e il Messico, due dei quali in solitaria. Nel 2017 è tornata in libertà e vive in condizioni apparentemente modeste, mentre i suoi legali cercano di riappropriarsi per conto della cliente delle 15 case, le trenta auto d’epoca e i 300 gioielli che una volta facevano parte del tesoretto privato della regina, tra i quali una pettorina d’oro tempestata da 83 rubini, 228 diamanti e 189 zaffiri. Ma quando si tratta di mettere le mani su parte dei proventi di uno dei serial televisivi di maggior successo mai prodotto dalla tv in lingua spagnola, il vecchio orgoglio della signora Beltràn emerge intatto dalla nebbia della memoria. La donna dice, e con ogni probabilità ne ha piena ragione, che il canovaccio della serie è tutto preso dalla sua biografia, e per questo chiede in tribunale che Netflix e Telemundo le paghino il 40% dei profitti delle due prime serie, andate in onda tra il 2011 e il 2016, prima di procedere alle riprese della terza, in programma per il prossimo ottobre.
Sandra Ávila è nata nel lusso e nel privilegio ovattato che il lignaggio familiare le hanno garantito. 

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VITA DA FILM

Terza nella linea generazionale di signori della droga, fu costretta a lasciare i corsi di musica classica e di giornalismo, quando fu rapita all’età di diciassette anni da un giovane spasimante, in carriera nel traffico della droga, che non sopportava di averla lontana. Lei era bella e seducente, esperta cavallerizza almeno quanto lo era nell’uso delle pistole. Dopo l’assassinio del primo amante ha vissuto gli anni leggendari che l’hanno incoronata come le Regina del Pacifico, titolo che si è conquistata stivando nove tonnellate di coca su una nave cargo in partenza dal porto di Colima. La polizia ha avuto a che fare con lei per la prima volta nel 2002, quando scoprì che la donna stava negoziando il rilascio del figlio rapito da una banda criminale, in cambio di cinque milioni di dollari. La ristretta aristocrazia della droga ha iniziato ad adorarla quando divenne la partner di Juan Diego Espinoza Ramirez, El Tigre, signore del cartello colombiano di Norte del Valle. Fu arrestata nel 2007 a Città del Messico dopo anni di caccia, ma la procura riuscì a portarla in tribunale solo con l’accusa di riciclaggio di denaro, e a condannarla a cinque anni di reclusione. Simile fallimento negli Usa, dove la Beltràn fu estradata nel 2012, e dove la procura di Chicago non riuscì a provare la sua colpevolezza nel traffico di droga. In Messico ha poi scontato altri due anni di reclusione, sempre per riciclaggio. Ma in carcere ha continuato a vivere nel lusso che si addice al suo rango, tra pedicure e maquillage complessi che le venivano garantiti dalle sue compagne di prigionia. Un’inchiesta è stata aperta sulla visita che Ávila ha ricevuto in cella da parte di un chirurgo estetico, che le ha praticato una iniezione di botulino antirughe.
Dopo il rilascio la sua vita è cambiata, sotto l’occhio vigile della polizia che la controlla. Alla fine dei conti a spingerla a presentare denuncia è forse più la normalità forzata che l’indigenza. Il suo è un tentativo di reclamare per sé la fama di una posizione sociale che ha perso, dopo trenta anni di vita violenta e sciagurata. 

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