“Salvatore - The Shoemaker of Dreams”, Guadagnino e la nobiltà artigiana

Lunedì 7 Settembre 2020 di Francesco Alò
Salvatore Ferragamo in una immagine del film di Luca Guadagnino
«Il West sarebbe stato conquistato prima con stivali come questi!» disse il regista de I dieci comandamenti (1956) Cecil B. DeMille parlando dell’arte della calzoleria di Salvatore Ferragamo. E’ una delle battute più divertenti del documentario di Luca Guadagnino dedicato a un signore che aveva già sei assistenti a 14 anni quando nel 1912 aprì il suo primo negozio di scarpe nel paese natio irpino di Bonito. Si va avanti e indietro nel tempo nei 120 minuti di Salvatore - The Shoemaker of Dreams, passato alla 77ma Mostra del Cinema di Venezia; dall’infanzia nei dieci acri di famiglia (undicesimo di quattordici figli) fino a Hollywood, passando per quelle scarpe fatte da bambino, di notte, per la comunione delle sorelle il giorno dopo. «Amo i piedi. Mi parlano». Lo sentiremo ricordare in voice over sia doppiato sia con la sua vera voce.

Il regista Luca Guadagnino

Parlano anche molte altre persone tra cui Martin Scorsese (in forma smagliante e ridanciano: «Non trovò se stesso, creò se stesso»), critici cinematografici, mitiche costumiste come la Deborah Nadoolman “madre” del look di Indiana Jonees e Michael Jackson nel videoclip Thriller: «Ho un paio di suoi stivali ricamati che lui realizzò negli anni ‘60 con inserti di raso cinese». Effettivamente compaiono più cineasti che non stilisti o esponenti della moda e questo perché Ferragamo legò indissolubilmente la sua notorietà a quella “Hollywood prima di Hollywood” che scoprì grazie alla sua determinazione nella sperduta Santa Barbara del 1915.
Era arrivato in America ragazzino stimolato da un parente emigrato a Boston da dove Salvatore scappò disgustato dall’industrializzazione direzione Far West. Entrò in contatto con la casa di produzione Flyng A Studio e subito dopo, nel 1919, cominciò a lavorare per Chaplin, Griffith, Mary Pickford e Douglas Fairbanks, fondatori della United Artist. «La coerenza era data dai sogni che lo guidavano» dice il figlio Lorenzo.

Martin Scorsese nel film

C’è anche la famiglia, rappresentata in tutta la sua numerosa e silenziosa eleganza a partire da Wanda Ferragamo Miletti (scomparsa nel 2018; il film è dedicato a lei), vedova a 39 anni con in mano un’impero visto che quando lui mancò nel 1960 Ferragamo era già un marchio miliardario. Sì perché stiamo parlando di un signore che, già famoso perché calzava i divi, andò pure a studiare anatomia all’Università di Los Angeles, esprimendosi in modo sempre più scientifico: «Ho trovato che il peso del corpo in posizione eretta cade verticalmente sull’arco del piede, come mostra il filo a piombo». Il film è composto da estratti dal muto hollywoodiano, vita metropolitana dei primi del ‘900 dall’Archivio Luce, super8 familiari girati dallo stesso Ferragamo, persone che parlano compostamente sedute (anche se Scorsese sobbalza un po’ quando ride come un matto), il tutto accompagnato da musica celestiale da Duke Ellington a John C. Adams, già compositore per Guadagnino nel suo primo successo internazionale Io sono l’amore (2008). E non si può non menzionare il prodigioso lavoro al montaggio del collaboratore storico Walter Fasano. Straniante vedere prima di questo documentario rigoroso ed onirico insieme, il cortometraggio di 11 minuti realizzato da Guadagnino appena terminato il lockdown quando dal 4 al 10 maggio fugge da Milano nella sua Sicilia per filmare luoghi dell’infanzia tornando a scalare quell’Etna già protagonista finale del bizzarro progetto giovanile Mundo civilizado (2003). Dunque in un doppio spettacolo abbiamo osservato una riflessione anche scherzosa sulla sua origine sicula («I fiori della primavera siciliana compensano i due mesi chiuso in casa») e poi un omaggio di gran classe a un irpino che volò in alto, partendo dai piedi.  © RIPRODUZIONE RISERVATA