"Noi e la Giulia", si ride al cinema, Edoardo Leo: «Ribellatevi ai fallimenti, c'è sempre un piano B»

"Noi e la Giulia", si ride al cinema, Edoardo Leo: «Ribellatevi ai fallimenti, c'è sempre un piano B»
di Gloria Satta
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Giovedì 19 Febbraio 2015, 19:02 - Ultimo aggiornamento: 1 Marzo, 14:30

Quattro falliti, un camorrista, una donna incinta e il sud del malaffare. Si può riassumere così Noi e la Giulia, il nuovo film di Edoardo Leo che, nell'Italia delle commedie sentimentali e dei cast copia-e-incolla, prova ad alzare il tiro e fa ridere con l'illegalità, un'amicizia improbabile e la tragicomica voglia di riscatto di chi, nella vita, le ha sbagliate tutte.

LA STORIA Prodotto dai Lucisano, nelle sale dopodomani con Warner, il film ha per protagonisti un coattissimo venditore di orologi-patacca in tv (lo stesso Leo), un rappresentante di automobili appena licenziato (Luca Argentero), un ex ristoratore (Stefano Fresi), un vetero-comunista (Claudio Amendola) che vogliono creare un agriturismo in Basilicata. Ma non hanno fatto i conti con il camorrista Carlo Buccirosso e altri della sua risma che si presentano a turno per chiedere il pizzo. E con la strampalata Anna Foglietta, incinta chissà di chi, rifugiata in campagna per cambiare vita... Romano, 42 anni, alla terza prova da regista dopo l'applaudito 18 anni dopo e la commedia sentimentale Benvenuto papà, Leo racconta la sua nuova sfida.

Dove ha preso lo spunto?«Ho portato sullo schermo il romanzo di Fabio Bartolomei Giulia 1300 e altri miracoli (E/O) che fotografa, con lucida spietatezza, l'Italia dei mille fallimenti. E ha per protagoniste due generazioni: i quarantenni che fanno un lavoro diverso dai loro sogni e inseguono il piano B, e i cinquantenni che hanno visto crollare gli ideali».

C'è un messaggio?«No, il film è una storia di resistenza civile ma non propone soluzioni. Vuol essere soltanto una commedia divertente».Il suo personaggio è cafone, razzista, omofobo. A chi si è ispirato?«Per interpretare questo coatto moderno, ho pensato a certi imbonitori tv, a Fabrizio Corona e a tutti quelli che della loro ignoranza fanno una bandiera. Mi sono molto divertito».

È facile, in Italia, riuscire a realizzare una commedia fuori dagli schemi?«Non tanto, a dire la verità. Sono perciò grato ai produttori e al distributore che mi hanno dato fiducia. Noi autori siamo tenuti a proporre cose sempre diverse, anche a costo di combattere. Ma qualcosa sta cambiando, per fortuna. L'anno scorso gli incassi degli anticonvenzionali film di Pif, Virzì, Sorrentino e Sibilia sono stati segnali più che incoraggianti».

Si può ridere della camorra?«Si deve! Sbeffeggiare la criminalità è un'ottima maniera per combatterla. Soprattutto da parte di chi, come me, fa il commediante e possiede solo l'arma dello sberleffo».

Quali sono i suoi riferimenti cinematografici? «Ettore Scola, innanzitutto. È il mio faro perché ha realizzato delle meravigliose commedie che raccontavano l'Italia con i suoi difetti e la sua umanità».

Per lei, laureato in sociologia della letteratura, il cinema ha rappresentato il piano B? «Sì, ma avevo una tale voglia di fare film che ho saltato a pié pari il piano A».

Cosa suggerirebbe ai giovani che sognano di fare il suo stesso mestiere? «Di ribellarsi al destino già segnato e prendere in mano la propria vita. Come i protagonisti di Noi e la Giulia, che si buttano e rischiano per realizzare qualcosa in cui credono davvero. I sogni nel cassetto fanno la muffa».

E se gli americani volessero fare un remake del suo film? «Magari! Già vedo il titolo: Noi e la Mustang».