Nadine Labaki in Giuria a Cannes
"Il cinema può cambiare il mondo"

Giovedì 25 Aprile 2019 di Gloria Satta
La regista libanese Nadine Labaki
L’anno scorso, a Cannes, sfiorò la Palma d’oro per Cafarnao - caos e miracoli (sarebbe stata la seconda assegnata ad una donna in 71 anni) per poi tornare a casa con molti applausi e il secondo premio del Festival, il Prix du Jury. Ora Nadine Labaki, attrice e regista libanese, 45 anni, due figli e tre film diretti, torna sul ”luogo del delitto” ma per assegnare i riconoscimenti: nella 72ma edizione della rassegna cinematografica più importante del mondo (14-25 maggio) sarà lei a presiedere la giuria del Certain Regard, la sezione riservata alle opere più originali, innovative, sperimentali. In programma ce ne sono 16, di cui 5 debutti. Intanto Cafarnao, struggente epopea di due bambini nei bassifondi di Beirut devastata dalla guerra, candidato al Golden Globe e all’Oscar (andato poi all’imbattibile Roma di Alfonso Cuaròn) sta camminando benissimo al box office italiano e, con 600mila euro, dopo tre settimane è ancora nella top ten degli incassi.
Lunghi capelli neri, bella e imponente, sempre accompagnata dal marito musicista e produttore Khaled Mouzanar, Nadine ha appena finito di girare come attrice il film 1982 del regista libanese Oualid Mouaness. E parla con una certa emozione del compito che la attende sulla Croisette.
Che effetto le fa tornare a Cannes?
«Sono felicissima, è lì che sono nata artisticamente. Il Festival ha presentato tutti i miei film, anche quelli precedenti a Cafarnao: nel 2007 Caramel, nel 2011 E ora dove andiamo?. Ma ho iniziato a frequentare Cannes molto presto, quando ero una studentessa di cinema».
Come ricorda quel periodo?
«Come un’epoca meravigliosa. Ero avida di vedere i film e scoprire il Festival più prestigioso del mondo. Allora quel mondo mi pareva inaccessibile. Non posso dimenticare le sveglie all’alba e le code interminabili per conquistare un biglietto. Parlo di 15 anni fa, ma mi sembra ieri. E oggi mi rivedo nell’atto di riempire con una certa angoscia il formulario di ammissione alla Cinéfondation».
Con che spirito guiderà la Giuria del Certain Regard?
«Con la consapevolezza che la vita a volte ti porta dei regali ancora più esaltanti dei sogni. Non vedo l’ora di scoprire i film della Selezione, dibattere con gli altri giurati, scambiare opionioni, rimanere possibilmente scossa e trovare l’ispirazione nel lavoro degli altri artisti».
Com’è stato accolto ”Cafarnao” in Libano?
«Il film ha creato molto dibattito. E io voglio andare avanti, organizzando proiezioni per il governo e la magistratura per dare vita a una specie di movimento in grado di aiutare le fasce sociali più deboli, gli ”invisibili”, i bambini di strada. Non so se otterrò qualche risultato, magari sono un’ingenua ma sento che questo è il mio dovere».
Ad imperessionare è il piccolo protagonista interpretato dall’undicenne siriano Zain Al Rafeea che, nel film, fa causa ai genitori per averlo messo al mondo condannandolo a una vita di stenti: come lo ha trovato?
«Ho fatto tre anni di ricerche tra periferie, tribunali, prigioni. Volevo un ragazzino bello, intelligente, abituato alla strada: doveva dare voce ai bambini senza voce. Zain, scappato dalla guerra in Siria, ha alle spalle una storia atroce di violenza e privazioni. Oggi, per fortuna, grazie all’intervento dell’Alto Commissariato per i Rifugiati, vive in Norvegia con la fanmiglia e per la prima volta va a scuola. E’ proprio lì che l’ho chiamato appena ho saputo che Cafarnao aveva avuto la nomination all’Oscar».
E’ difficile essere una donna regista in Libano?
«Non ho mai avuto questa impressione. E’ semmai difficile girare film nel mio Paese dove non esiste un’industria».
In seguito al successo internazionale di Cafarnao, le è venuta la tentazione di trasferirsi a Hollywood?
«No, tengo i piedi ben piantati per terra. Dall’America ho ricevuto molte sceneggiature, ma voglio girare dei film che lascino il segno. E puoi riuscirci solo se hai qualcosa da dire. Cinema e impegno, per me, sono la stessa cosa».
Anche un film può cambiare il mondo?
«Sì, ne sono fermamente convinta. E proprio per questo un artista ha una grande responsabilità morale. Di fronte alla realtà non si può chiudere gli occhi. Io non lo farò mai».
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