Mostra di Venezia, Paolo Virzì: «I film corretti? Sono la morte del cinema»

Mostra di Venezia, Paolo Virzì: «I film corretti? Sono la morte del cinema»
di Ilaria Ravarino
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Giovedì 2 Settembre 2021, 18:24 - Ultimo aggiornamento: 18:25

VENEZIA Nel 1997, con Ovosodo, vinse il Gran premio della giuria alla Mostra di Venezia, per tornarci nel 2017 con Ella & John - The leisure seeker e nel 2019 come giurato, nell’edizione che assegnò il Leone d’oro al Joker di Todd Philips. Quest’anno il suo volto campeggia sulle gigantografie degli sponsor veneziani, sopra al tappeto rosso della Mostra oscurato dai pannelli anti-assembramento. Assente giustificato da Venezia, perché impegnato nella post produzione del suo prossimo film Siccità, Paolo Virzì e apparso ieri al Lido da remoto come primo ospite degli incontri online organizzati dalla Biennale di Venezia con Mastercard, “Life through a different lens”, e dedicati alle trasformazioni subite negli ultimi anni dall’industria audiovisiva (tra i prossimi invitati l’attrice Robin Wright, il presidente della giuria di Venezia 78 Bong Joon-ho, l’attore Tim Roth). 

Un’occasione che il regista livornese 57enne ha colto per lanciare un allarme su un’ossessione, quella per il politicamente corretto, responsabile di un progressivo impoverimento della produzione culturale globale: «L’espressione artistica deve anche essere sconveniente, deve poter dire cose che sul momento suonino disturbanti o sgradevoli. È sempre saggio farsi venire dei dubbi e mettersi in discussione, ma è giusto anche essere spericolati. Pensare che un’opera, perché sia accettabile, debba essere virtuosa, per me è la morte del cinema».

Il cinema non dovrebbe invece aver paura, secondo Virzì, dell’avanzata delle piattaforme di streaming come Netflix, Disney + o Amazon: «Le considero anzi un arricchimento. La tecnologia ha trasformato in realtà il sogno di Cesare Zavattini, che si augurava che un giorno tutto gli italiani avessero a disposizione una macchina da presa personale. Oggi tutti abbiamo un dispositivo in tasca, capace di filmare».

Positivo anche il suo giudizio sulle nuove generazioni di registe italiane (Valeria Golino e Alice Rohrwacher tra le sue preferite), nel segno di un sempre maggiore equilibrio di genere dietro alla macchina da presa: «Quando ho cominciato le registe in italia erano due, Lina Wertmuller e Liliana Cavani, e andavano sul set con i pantaloni. Sembra un dettaglio frivolo, ma non lo è. Sentivano che per essere accettate nell’ambiente del cinema italiano, maschile ed inevitabilmente maschilista, dovevano fare i maschietti. Poi hanno debuttato Cristina Comencini e Francesca Archibugi, e per la prima volta con loro le registe sono andate sul set con la gonna. Affermavano così un modo d’essere che non consisteva nello scimmiottamento delle modalità dei maschi. Da allora mi sembra che le cose siano cambiate parecchio. Il cinema italiano è pieno di registe e sceneggiatrici: giusto agevolare il fenomeno, purché non se ne mortifichi il talento collocandole in certe posizioni solo perché donne».

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