Ennio Fantastichini, attore sanguigno amato da Ozpetek e Virzì

Ennio Fantastichini, attore sanguigno amato da Ozpetek e Virzì
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Sabato 1 Dicembre 2018, 20:13 - Ultimo aggiornamento: 20:17

Grande, grosso, sanguigno: una presenza tangibile e forte in ogni inquadratura dei film che ha interpretato, ancor più imponente sul piccolo schermo dove le fiction di successo di Rai e Mediaset gli hanno dato spesso quella popolarità che per lui era autentico carburante esistenziale. Eppure Ennio Fantastichini - morto oggi a Napoli per le complicanze di una leucemia - è stato anche interprete sottile e raffinato, cresciuto avendo negli occhi un modello espressivo, quello di Gian Maria Volonté con cui fece poi coppia in «Porte aperte» di Gianni Amelio (1989) e di cui riprese, a modo suo, gli accenti interpretando l'anarchico Vanzetti nella fiction del 2005 dopo che Volonté aveva interpretato il ruolo nel film di Giuliano Montaldo (1971).

L'INTERVISTA AL MESSAGGERO Ennio Fantastichini: «Come genitore quante ne ho mandate giù»

 



Nato a Gallese, paesino del viterbese il 20 febbraio 1955, figlio di un maresciallo dei carabinieri, era cresciuto Fiuggi, per poi andare a Roma, ventenne, per iscriversi all'Accademia d'Arte Drammatica. La passione per l'arte deve essere stata un cromosoma di famiglia se suo fratello Piero si è poi affermato come pittore e scultore e lui stesso debuttava, appena quindicenne, in teatro cimentandosi con Beckett e i classici. Si lascia alle spalle quasi 50 film, una quindicina di ruoli in tv, qualche incursione in palcoscenico, testimonianza di un attivismo frenetico, quasi a compensare una vita privata tormentata e difficile, con due storie d'amore e un figlio adorato (Lorenzo) intorno a cui ha sempre steso una ferrea barriera di riservatezza, lontano dal gossip e dagli scandali. Per Ennio il vero amore aveva le forme della cinepresa, capace di scrutare nelle insicurezze del volto, nella mobilità appassionata dello sguardo, nelle mani irrequiete e in quel corpo da toro che esibiva con sfrontata e, talvolta voluta, allegria.
 
 


La lezione dell'Accademia si ritrovava invece nella sapiente alternanza tra interpretazioni sommesse ed altre volutamente sopra le righe, con un controllo rigoroso della lingua (lui, romano nelle ossa) e un metodo quasi istintivo di usare tutto il corpo per costruire il personaggio. Candidato molte volte ai premi nazionali custodiva gelosamente le grandi vittorie, sempre però da coprotagonista: il nastro d'argento per «Porte aperte», il Premio europeo nel nome di Fassbinder conquistato con lo stesso film e il David di Donatello per «Mine vaganti» di Ferzan Ozpetek (2010), uno dei registi che più lo hanno amato e capito.

Ma il più franco successo di pubblico lo deve a Paolo Virzì che gli affidò il ruolo dello smargiasso Ruggero Cantalupi, tipico esponente del «generone» romano a fianco di Sabrina Ferilli in «Ferie d'agosto» (1996). Il suo primo ruolo al cinema data del 1982 con «Fuori dal giorno» di Paolo Bologna, ma già tre anni dopo ha la fortuna di recitare con Gassman e Mastroianni in «I soliti ignoti vent'anni dopo» di Amanzio Todini: quasi un sogno per quel ragazzone innamorato del mestiere d'attore. Irrequieto e spesso introverso, dal carattere difficile, ha cambiato molto spesso i suoi registi: solo Amelio, Rubini, Piscicelli e Ozpetek possono vantare due collaborazioni con lui. Ma la lista degli autori che lo hanno scelto e fortemente voluto è invece lunga: Claudio Bonivento, Peter Del Monte, i Fratelli Manetti, Riccardo Milani, Maria Sole Tognazzi, fino a Sebastiano Riso che lo ha diretto per l'ultima volta in «Una famiglia» del 2017. A scorrerne i ruoli saltano agli occhi opere di grande spessore come «Una storia semplice» di Emidio Greco (1991), «Notturno Bus» di Davide Marengo con Valerio Mastandrea (2007), «Fortapasc» di Marco Risi (2008), «Le ombre rosse» di Citto Maselli (2009) o registi europei come Claude Zidi, Peter Greenaway, Michael Radford. In televisione debutta con Giorgio Capitani («Un cane sciolto», 1990), incrocia poi Carlo Lizzani, Nanni Loy, Luigi Perelli (la «Piovra 7» del 1995 con la morte del commissario Cattani), Gianluca Maria Tavarelli (gli regala una mimetica immedesimazione in Paolo Borsellino), fino a conquistarsi ritrovata celebrità con «Squadra antimafia» (2016) e poi nel «Principe libero» (2018) come padre di Fabrizio De Andrè.
Sono forse pochi a poter dire oggi di aver veramente conosciuto Ennio Fantastichini che rideva spesso del suo cognome e sosteneva che quell'idea di «fantastico» era stata una premonizione. Chi l'ha conosciuto ha sempre avuto l'impressione che dietro una vitalità «esagerata» si celasse un carattere fragile, solo apparentemente aspro e in perenne ricerca d'affetto. Ma l'attore rimane nel cinema italiano con le stigmate del perfetto coprotagonista: un caratterista come non ce ne sono più.

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