Mia madre, i mille e un ciak di Nanni Moretti contro la morte

Mia madre, i mille e un ciak di Nanni Moretti contro la morte
di Fabio Ferzetti
3 Minuti di Lettura
Mercoledì 15 Aprile 2015, 17:17 - Ultimo aggiornamento: 22 Aprile, 08:46

​Una regista di film impegnati passa le giornate sul set a litigare praticamente con tutti ma scopre che vorrebbe solo pensare alla madre che sta morendo, anzi forse fa il film proprio per non pensarci troppo. Un famoso attore venuto dagli Usa (impagabile John Turturro) non ricorda mai le battute, ha una pronuncia spaventosa, si eccita girando per la città al ricordo di una Roma scomparsa e forse mai esistita («Fellini, Rossellini, Petri, Antonioni... portatemi a via Veneto!»), ma al momento giusto ha sempre uno sguardo, una carezza, un gesto di conforto per quella regista con cui litiga a morte.

Mentre il fratello della regista, un ingegnere che nel film esiste solo come figlio e fratello di, anche se è lo stesso Moretti, cerca di tenere quella sorella difficile coi piedi per terra, di farle accettare l’inaccettabile, le spiega i benefici delle cure anche dolorose per quella donna che se ne sta andando in punta di piedi.

Sogni e ricordi

E intanto il film nel film procede intrecciando alcune piste ricorrenti, le nevrosi della regista (fenomenale Margherita Buy), trasparente alter ego di Moretti, gli strafalcioni del divo, lo sgomento della troupe, che non sa mai come prendere le intemerate della regista, le sue richieste enigmatiche («cerca di non essere solo dentro al personaggio ma accanto, capisci?»), le sue sparate esilaranti e autodistruttive («perché mi date sempre retta? Il regista è solo uno stronzo a cui lasciate fare di tutto!»).

Ma poco a poco fra il set e l’ospedale, la casa e il lavoro, si insinuano sogni, ricordi, schegge di tempo perduto. Perché la malattia della madre (Giulia Lazzarini, miracolo di levità e profondità) mette tutti di fronte ai propri limiti, riapre antiche ferite, crea continue occasioni di inadeguatezza, comiche e insieme tragiche come in tutto Moretti. E anche se spostare il peso delle nevrosi su un personaggio femminile addolcisce certe asperità, non mancano i ricordi terribili (la Buy che straccia in faccia alla madre la patente scaduta), gli errori imperdonabili, i rimproveri che fanno male perché vengono dall’ex-compagno piantato in apertura (Enrico Ianniello), ma capace come nessun altro di dirle quanto è dura, egocentrica, indifferente, insomma sola.

Professoressa

E mentre il caos del set e quello dell’esistenza si sommano in un unico vortice, quella signora soave, ex professoressa di latino, amatissima dagli ex allievi e dalla nipotina liceale, che capisce molto meglio della madre, declina, riceve annoiandosi un poco gli amici di sempre, perde pian piano le sue facoltà, si prepara a suo modo all’ultimo viaggio, magari sognando di passeggiare nel giardino dell’ospedale (un po’ come Roberto Herlitzka-Aldo Moro in “Buongiorno, notte” di Bellocchio, curiosamente).

Lasciando ai figli, e alla figlia in particolare, il peso di quel presente che non capiscono e forse non amano (quelle comparse, così diverse dagli operai ideali, o idealizzati, della Buy...). Ma anche alcuni insegnamenti spigolosi che emergono nelle scene più belle di questo film straordinario. Straziato e sommesso, stranamente pacificato, sempre attento a mantenere la giusta distanza dal suo soggetto incandescente. Ma destinato a scavare nello spettatore a lungo dopo la visione. Come i classici latini allineati nella biblioteca materna, che la figlia accarezza in un gesto solo e finalmente d’amore.

MIA MADRE

Commedia drammatica, Italia, 106’

di e con Nanni Moretti. Con Margherita Buy, John Turturro, Giulia Lazzarini, Beatrice Mancini, Stefano Abbati, Enrico Ianniello, Anna Bellato, Tony Laudadio

© RIPRODUZIONE RISERVATA