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Matt Dillon su La casa di Jack: «Avevo paura di fare questo personaggio, ero spaventato da quell'orrore»

Matt Dillon in conferenza stampa a Roma
di Paolo Travisi
4 Minuti di Lettura
Lunedì 18 Febbraio 2019, 18:08 - Ultimo aggiornamento: 21:56

“Ci sono persone che hanno amato il film ed altri che sono spaventati all’idea di vederlo. Si è detto che al Festival di Cannes alcuni spettatori abbiano lasciato la sala durate la proiezione. Io non me ne sono accorto, ma forse perché ero in prima fila”. A parlare è Matt Dillon, protagonista di La casa di Jack, controverso e disturbante film di Lars Von Trier, che spiega alla platea di giornalisti nella conferenza stampa romana, cosa lo ha convinto ad interpretare il ruolo più difficile della sua lunga carriera: un serial killer che ha commesso più di 60 omicidi, donne, uomini e bambini. “Certamente ho provato diversi dubbi prima di girare il film, l’argomento non mi interessava particolarmente, ma ammiravo molto il regista ed ero convinto che avrei imparato molto. Subito dopo aver accettato la parte, ho cominciato a dubitare, perché da essere umano giudicavo il personaggio, il suo orrore. Avevo paura che avrei rifiutato me stesso in quel ruolo. Ma ho apprezzato che il regista mi abbia detto che lui si assume sempre la responsabilità di ogni film”.


La storia è molto cruda, con omicidi efferati, mostrati nei particolari senza lasciare molto all’immaginazione, dove il protagonista, omicida seriale, sociopatico con l’ambizione di essere un artista, sconfina in deliri visionari dove le uccisioni, che fotografa costantemente, sono paragonate ad opere d’arte.
"Jack è uno psicopatico, un artista fallito, un uomo che non sente empatia verso le vittime, che non ha nessun legame con i delitti passionali nei confronti di donne" commessi da mariti o fidanzati in altre circostanza. "Sebbene entrambe le tipologie di assassini abbiano forti disturbi che finiscono in tragedie” sottolinea l’attore americano, che dopo essersi confrontato col regista ha deciso quale strada seguire nell’interpretazione. 

“Jack è un uomo che manca di qualcosa a livello di coscienza, quindi per interpretarlo ho dovuto aggiungere, sottraendo, eliminando alcune parti di me, perché soprattutto in certe scene, avevo grosse difficoltà. Ho dovuto impormi queste limitazioni, dicendomi lui ne è privo. E poi non abbiamo fatto prove, e questo costringe un attore a privarsi del giudizio, così come la libertà di sbagliare, di correre dei rischi e fallire”.

Per approfondire il personaggio Matt Dillon si è affidato anche al web. “Ero curioso di vedere come la psicopatia venisse trattata, ho cercato online la letteratura sull’argomento, ci sono libri del tipo “50 serial killer che non conosci” per dire che c’è molto interesse della gente sui serial killer. Allora ho chiesto a Lars perché vuoi fare questo film? E lui mi ha detto perché mi assomiglia, a parte il fatto che non uccido le persone”.

Ne La casa di Jack, c’è probabilmente una delle ultima, se non l’ultima interpretazione dell’attore svizzero Bruno Ganz, scomparso proprio in questi giorni, che veste i panni di Virge, una sorta di Virgilio a cui il serial killer, confessa, esaltandosi, tutta la sua violenza mentre i due (scopriremo solo alla fine, ma senza rivelare il finale) compiono un viaggio nell’inferno, concepito come i gironi danteschi.

 “Sono molto triste per la sua dipartita, ero un suo grande fan, avevo 17 anni quando vidi il film in cui interpretava il giocatore di scacchi che impazzisce. Io sono stato ingaggiato prima che lui venisse coinvolto, quando il regista mi ha mandato la foto di Ganz per dirmi che gli aveva affidato il ruolo. Per una serie di incastri non sono riuscito a vedere il film insieme a loro, poi sono venuto a Roma e mi ha chiamato Ganz dicendomi che era la cosa più interessante mai vista. Bruno mi disse sarai orgoglioso della tua interpretazione, e sono rimasto felice, perché sapevamo entrambi che era un film rischioso”.

Le opere di Lars Von Trier hanno spesso suscitato pesanti polemiche, culminate nel 2011, quando alcune sue dichiarazioni su Hitler ed il nazismo, gli costarono l’espulsione dal prestigioso festival di Cannes, a cui è stato riammesso con questo film dopo aver dichiarato che si trattava di battute fatte ai giornalisti.

Però Dillon è convinto che “per giudicare La casa di Jack, si debba vederlo per intero, perché c’è un finale con morale. E poi io non sono un grande fan della censura, sotto qualsiasi forma, anche se ci sono sequenze difficili, ho anche temuto per l’uscita negli Stati Uniti, poi accendi la tv e dopo cinque minuti vedi cose brutali, molto di più di quanto raccontato nel film. Credo che la visione debba essere digerita”.

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