Marlon Brando, dieci anni fa moriva il mito del cinema

Lunedì 30 Giugno 2014 di Giacomo Perra

Dieci anni senza Marlon Brando. Quello che fu definito “l’attore piů grande che l’America abbia mai prodotto” se ne andň solo e povero in un ospedale di Los Angeles in un giorno d’estate del 2004 portandosi via quel poco che ancora restava del suo mito: la sua bellissima faccia e il suo indomito spirito ribelle.

Tutto il resto, il suo virile atletismo, la voglia di essere un grande interprete, la sua famiglia, erano andati in frantumi giĂ  da un pezzo, molto prima di quel primo luglio. Dall’altare alla polvere, dalle stelle alle stalle: come Napoleone, di cui aveva vestito i panni, Brando aveva assaporato profondamente l’estrema mutevolezza della vita rimanendone stordito e, alla fine, sconfitto. Eppure c’era stato un tempo in cui, sex symbol irresistibile e attore dal carisma e dalla fierezza incomparabili, aveva avuto il mondo e Hollywood - sempre comunque respinta - ai suoi piedi.

Nato a Omaha, Nebraska, il 3 aprile del 1924 da Marlon Sr. e Dorothy Julia, per cui ebbe sempre una straordinaria devozione, Brando conquistò la scena del teatro e del cinema mondiale da subito, prepotentemente. Talento innato - affinato con gli anni di studio all’Accademia del regista Erwin Piscator e alla scuola di Stella Adler, dove metabolizzò magnificamente il celebre metodo Stanivlaskij - e fisico sensuale, Brando si rivelò negli anni Quaranta in palcoscenico, sbalordendo tutti con l’interpretazione di Stanley Kowalki in “Un tram che si chiama desiderio” di Tennesse Williams. Sembrava un dio nella sua virile bellezza, nei muscoli esaltati dall’aderenza di una maglietta e nelle labbra carnose che mandavano in visibilio milioni di donne in tutto il mondo. Il successo manco a dirlo fu clamoroso e il personaggio di Kowalsky fu catapultato al cinema portando in dote al ventenne Marlon la prima nomination agli Oscar della sua carriera. A questa ne fecero seguito quattro in sei anni, di cui tre consecutive, con una statuetta per “Fronte del porto”, la pellicola che insieme a “Un tram che si chiama desiderio” consacrò Brando come il duro e il ribelle di Hollywood.

A dire la veritĂ  il divino Marlon ribelle lo era anche e soprattutto nella vita, quella vita in cui aveva sempre tenuto il mondo dello star system a debita distanza - era raro incontrarlo ai party vip, la sua ossessione per la privacy poi era proverbiale – e aveva difeso tante cause umanitarie – indimenticabile il suo appoggio ai nativi americani testimoniato nella notte degli Oscar del 1973 quando mandò un’indiana a ritirare la statuetta vinta per “Il padrino”. A differenza di Stanley Kowalsky, inoltre, non era un duro ma un uomo ipersensibile che soffrì tantissimo per le sciagure familiari: il divorzio dei genitori quando aveva 11 anni, il carcere del figlio Christian, accusato di aver ucciso il fidanzato della sorella Cheyenne, in seguito suicida. Con le ultime disgrazie, - ma forse la malsana passione per la bottiglie nacque prima - l’alcool e l’obesitĂ  lo divorarono; col tempo poi i soldi cominciarono a diminuire mentre la sua vita sentimentale andava a rotoli - una delle sue compagne (ebbe tre mogli e tantissime altre relazioni e nove figli, tre soli dentro il matrimonio), tra l’altro, gli fece causa per 100 milioni di dollari.

Negli anni purtroppo si stava perdendo ormai anche il grandissimo attore che tutti avevano idolatrato. Se la decade dei “Cinquanta” fu d’oro, il decennio successivo fu quello del primo declino. A salvarlo, però, nei Settanta ci furono tre interpretazioni d’autore, tre maiuscole prove d’attore per altrettanti capolavori cinematografici, “Il Padrino”, “Ultimo tango a Parigi” di Bernardo Bertolucci, un vero e proprio film-scandalo per l’epoca, e “Apocalypse now” di Francio Ford Coppola. Il mito era ancora saldo ma il nuovo viale del tramonto sempre dietro l’angolo. A parte qualche parentesi degna del suo immenso talento, infatti, negli ultimi anni di vita, conclusasi a ottan’anni, per Brando ci furono solo pellicole dimenticabili. Restano però, indiscutibili, la grandezza dell’uomo e dell’attore, abbastanza per poter dire, come cantava Luciano Ligabue, “Marlon Brando è sempre lui”.

Ultimo aggiornamento: 3 Luglio, 13:59

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