“Solo gli amanti sopravvivono”:
I vampiri dandy di Jarmusch

“Solo gli amanti sopravvivono”: I vampiri dandy di Jarmusch
di Fabio Ferzetti
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Domenica 11 Maggio 2014, 15:16 - Ultimo aggiornamento: 14 Maggio, 09:49


Titoli di testa. Il vecchio vinile gira sul piatto, la macchina da presa si adegua con indolenza al suo movimento ipnotico, e in men che non si dica eccoci in un’altra dimensione. Non un mondo parallelo, come quelli che oggi sforna a getto continuo (con gusto quasi sempre spaventoso) l’industria dell’intrattenimento, ma una versione più intensa e malinconica del nostro. Un mondo che forse esisteva davvero, o poteva esistere, fino a pochi anni fa, ma oggi sembra inesorabilmente tramontato. Se non per i pochi fortunati che possono permettersi il lusso di abitarlo.
Lusso morale, prima che materiale, poiché per vivere in questo mondo servono sensi acuti, intelligenza pronta, una riserva prodigiosa di sensualità. E la capacità di sopportare una solitudine pressoché sconfinata. Come quella in cui sono immersi i due amanti dell’ultimo film (da giovedì nelle sale) di Jim Jarmusch, il Grande Dandy del cinema contemporaneo, appena una dozzina di titoli fra il 1980 e oggi, ma spesso capitali, da Stranger Than Paradise a Dead Man, da Ghost Dog a Broken Flowers. Senza dimenticare Daunbailò naturalmente, che portando Benigni in America, nel 1986, fece sognare al mondo un’impossibile via internazionale per il più grande comico della sua generazione.

Ma torniamo ai due amanti di questo insolito e insinuante “horror sentimentale” (soprattutto sentimentale). Che potrebbero sembrare creature alla moda, trattandosi di vampiri. Ma sono lontani anni luce da qualsiasi vampiro abbiate mai visto (e in particolare da quelli glamour dei vari Twilight), per molte buone ragioni. Non sono più giovanissimi anche se sono immortali, o quasi. Non escono di giorno ma solo di notte, come fanno i veri vampiri (mai visto città di notte riprese in modo più affascinante). Non sono contenti dei loro poteri e soprattutto del loro sapere, poiché esistono più o meno da sempre (ironicamente, si chiamano Adamo e Eva), dunque hanno visto tutto.

Tutte le guerre e tutti gli errori, tutte le scoperte e tutte le persecuzioni, tutta la barbarie e tutti i capolavori (anzi qualcuno, da Shakespeare a Schubert, l’hanno scritto proprio loro) di cui è stato capace il genere umano. Prima di trasformarsi in quella massa di «zombie terrorizzati dalla loro stessa immaginazione» in cui sembra essersi ridotta oggi l’umanità.

E dunque ecco Adamo ed Eva (John Hiddleston e Tilda Swinton, pallidissimi e perfetti) sfidare il tempo e il suo logorio abitando in continenti diversi. Lui a Detroit, lei a Tangeri. Due città che sono per diverse ragioni un concentrato di grandezza e decadenza, due simboli di ciò che poteva essere e non è stato se non per un breve, sfolgorante periodo. Ce lo ricorda il look di Hiddleston, ricalcato su quello dei grandi rocker anni 60, e la sua collezione di strumenti musicali antichi su cui esegue brani sublimi e lontani da ogni moda (la colonna sonora, che mescola Charlie Feathers e Bill Laswell, Wanda Jackson, gli Hot Blood, i Black Rebel Motorcycle Club e molti altri talenti preziosi e spesso poco noti, è un capolavoro a parte). Anche se è quando Eva, stufa di quella lontananza, decide di andarlo a trovare, che diamo un nome alla dimensione in cui sono immersi: malinconia. Pura, antica, incurabile malinconia.

Naturalmente tutta questa insofferenza per l’epoca in cui viviamo e il suo orizzonte tecnico, artistico e spirituale, può suonare compiaciuta o addirittura snob (come dirà senza mezzi termini Ava, cioè Mia Wasikowska, sorella minore di Eva e sua volta vampira, ragazzetta smodata e seminatrice di guai che si piazzerà nella vasta magione segreta di Adamo fuggendo per qualche tempo da “zombie central”, alias Los Angeles - e se volete vederci un’allusione a Hollywood fatelo pure). Ma è davvero difficile resistere all’eleganza, al divertimento, al fascino così speciale che Jarmusch - a lungo indeciso tra cinema e musica, conviene ricordarlo - regala a questi vampiri troppo colti e consapevoli per non trovarsi a disagio nel mondo di oggi.

Tanto più che il loro nutrimento esclusivo, il sangue naturalmente, che non si procurano uccidendo, orrore, ma corrompendo medici negli ospedali, oggi è sempre più inquinato da virus e droghe («Quel ragazzo lavora nella maledetta industria musicale, cosa ti aspettavi?»). E sopravvivere non è solo questione di gusto, ma di abilità, destrezza, intelligenza. L’intelligenza - ricorda Hiddleston - che gli umani hanno sperperato perseguitando in ogni epoca i loro scienziati migliori, da Pitagora a Tesla.

Da quando il grande cinema fantastico di una volta è diventato terreno di coltura per operazioni di marketing tanto gigantesche quanto prive di fascino ci eravamo rassegnati alla progressiva scomparsa di una delle dimensioni chiave della settima arte: il meraviglioso. Jarmusch prova che ci eravamo sbagliati. Evviva.

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