I miei giorni più belli, Desplechin resuscita la grazia e l'affanno della giovinezza: un capolavoro

Quentin Dolmaire e Lou Roy-Lecollinet, protagonisti di "I miei giorni più belli" (Trois souvenirs de ma jeunesse)
di Fabio Ferzetti
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Martedì 21 Giugno 2016, 21:31 - Ultimo aggiornamento: 22 Giugno, 19:00

Estate, stagione di capolavori. A volte è quando i cinema si svuotano che gli schermi accolgono le immagini più originali, le storie più folli, i registi più inclassificabili. Quest’anno tocca a Arnaud Desplechin, classe 1960, autore di una decina di film che mescolano gioiosamente invenzione e autobiografia, dramma e commedia, splendore e bizzarria (tra i pochi visti in Italia, Re e regina, Racconto di Natale, Jimmy P.).

Banalizzato in I miei giorni più belli, “Trois souvenirs de ma jeunesse” fu uno dei veri eventi di Cannes 2015 anche se era alla Quinzaine, e ruota intorno a un “Io” narrante così liberamente reinventato da chiamarsi Paul Dedalus, come il personaggio di Joyce. I fedelissimi lo ricorderanno in altri film di Desplechin, ma poco importa: Trois souvenirs de ma jeunesse fa storia a sé. Anzi, per dirla con un critico francese, è un po’ come se Truffaut avesse compresso i cinque episodi del ciclo Antoine Doinel in un film solo, e scusate se è poco.

Incorniciati da un prologo e da un epilogo in cui Dedalus adulto ha i tratti sardonici di Mathieu Amalric, questi tre ricordi corrispondono a un’infanzia ribelle (sua madre è folle); a un’adolescenza errabonda (per amicizia e solidarietà, Paul partecipa a un traffico di soldi destinati agli ebrei in fuga dall’Urss); infine a una giovinezza avventurosa, in senso sentimentale, che occupa la maggior parte del film. E coincide col grande amore per Esther, altra adolescente di Roubaix (città natale del regista), magnifica figura di ingenua sfrontata, vulnerabile quanto pericolosa, deliziosa anche se lontana dagli odiosi canoni della bellezza codificata, con cui Dedalus intreccia una delle più intense, imprevedibili storie d’amore viste al cinema da anni.

Anche perché imbevuta di tutto ciò che rende unica e inconfondibile ogni vita. I tempestosi rapporti familiari (il padre vedovo, il fratellino con vocazione insieme mistica e criminale, la sorella convinta di esser brutta mentre anche lei è solo originale), i grandi incontri intellettuali (geniale il modo in cui Dedalus convince a prenderlo nel suo corso una illustre docente di Antropologia), naturalmente la scoperta del piacere e del suo inevitabile contraltare, il dolore, la gelosia, l’angoscia della separazione.

Anche se non c’è dialogo, scena o immagine che non sorprenda per originalità e insieme per verità. Come in quei grandi romanzi capaci di inventare quella vita tumultuosa che tutti avremmo voluto, e insieme di renderla così vicina alle nostre da farci ritrovare qualcosa di familiare in ogni passaggio. Il tutto anche grazie a un coraggioso cast di attori giovanissimi e sconosciuti quanto folgoranti.

E allora, ricordata, sognata, inventata magari «copiando Stevenson», come dice Paul, cosa importa? Questa vita spesa tra Parigi e Roubaix, i deserti del Tagikistan e i caffè del Quartiere latino, è una meraviglia di inventiva e di libertà, personale come narrativa. Testimonianza di una cultura sempre più minoritaria, dunque preziosa.

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