Francesco Scianna, protagonista di “A casa tutti bene": «Recitare per Muccino è come fare l’amore»

L'attore è fra i protagonisti di “A casa tutti bene”, prima serie diretta dal regista romano da oggi su Sky e in streaming su Now. «Sul set gli ho scritto una lettera: lavorare con lui assomiglia a un percorso di vera liberazione»

Francesco Scianna, protagonista di “A casa tutti bene": «Recitare per Muccino è come fare l’amore»
di Gloria Satta
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Lunedì 20 Dicembre 2021, 08:47 - Ultimo aggiornamento: 22:58

Un figlio deciso ad affrancarsi da un padre ingombrante che si è fatto dal nulla, un ex marito e un papà sempre disponibile, un compagno attento alla sua nuova donna, insomma un uomo «deciso a far stare bene tutti quelli che ha vicino ma fatalmente destinato a fallire». È Carlo, ambizioso e impetuoso primogenito dei Ristuccia, la famiglia di ristoratori romani al centro di A casa tutti bene, la prima serie firmata da Gabriele Muccino da oggi su Sky e in streaming su Now. Negli otto episodi, un'immersione nei conflitti, tradimenti, dolori e segreti dei protagonisti, Carlo ha l'eleganza naturale e la sensibilità a fior di pelle di Francesco Scianna. Origine siciliana e formazione internazionale, l'attore 39enne, lanciato nel 2009 da Baarìa di Giuseppe Tornatore, interpreta il suo personaggio in un crescendo emotivo che colpisce al cuore. Circondato dal cast che schiera tra gli altri Francesco Acquaroli, Laura Morante, Emma Marrone. E già ingaggiato per la seconda stagione della serie.
Carlo le somiglia?
«Poco o niente, non è stato facile interpretarlo. Il mio personaggio vive ogni cosa in maniera plateale mentre io tendo a tenermi tutto dentro. In comune abbiamo solo il desiderio di veder riconosciuto il nostro valore. Sognando di investire al di fuori del ristorante di famiglia, Carlo vuole dimostrare al padre (Acquaroli, ndr) di sapersela cavare. Ed emanciparsi da lui».
Anche lei ha dovuto affrancarsi da suo padre?
«No, i miei hanno sempre assecondato le mie passioni, recitazione compresa. Sul set non ho attinto ai ricordi personali ma, stimolato dal regista, ho messo in gioco altre emozioni».
Ha detto che lavorare con Muccino «è naturale come fare l'amore»: che significa?
«Gabriele pretende da noi attori la verità assoluta e se non sei autentico ti becca subito. È un uomo complesso, emotivamente ricco, senza filtri, romano. Vive ad altissima temperatura e crea dipendenza: sul set gli ho scritto una lettera d'amore... Lavorare con lui è stato un percorso di liberazione».
Da cosa doveva liberarsi?
«Da alcuni nodi emotivi e dalle limitazioni culturali legate alla mia provenienza. Per fortuna faccio un mestiere che ti arricchisce e ti fa crescere».
È vero che a un certo punto voleva mollare?
«Sì, a 19 anni. Frequentavo l'Accademia d'Arte Drammatica, sfondare mi pareva un sogno impossibile e decisi di tornare in Sicilia ma Cristina Comencini mi offrì il primo film, Il giorno più bello della mia vita. A lei devo tutto».
Ed è contento della sua carriera?
«Sì. Mi riconosco nelle scelte che ho fatto, tutte mirate a diventare più bravo. Ho lavorato con maestri come Tornatore, Mario Martone, Michele Placido, Ferzan Ozpetek, Luca Ronconi. Preparo la seconda regia teatrale e ho appena girato con Valentina Lodovini il film di Filippo Conz Conversazioni con altre donne. Mi manca solo un musical».
Il fatto di essere bello ha mai penalizzato il suo lavoro?
«Una volta un regista mi negò la parte perché disse che sembravo troppo in salute. Gli ho risposto che era un problema suo, un attore è capace di trasformarsi. In Vallanzasca ho fatto il gangster Francis Turatello, per Marco Bellocchio un dj tossicodipendente in Fai bei sogni».
Le dicono spesso che ha un'eleganza da divo d'altri tempi: che vuol dire?
«L'aspetto che ho rappresenta la mia identità. Se me lo dicono, la prendo come un complimento, ma davanti alla cinepresa posso diventare un altro. E non vedo l'ora».

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