Stardust, la trasformazione di David Bowie in icona della musica

Stardust, la trasformazione di David Bowie in icona della musica
di Paolo Travisi
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Venerdì 16 Ottobre 2020, 16:26 - Ultimo aggiornamento: 16:31

“Se non puoi essere te stesso, allora sii qualcun altro”. E’ la frase chiave di Stardust, film che racconta il ventenne David Jones, prima di trasformarsi nella star-icona David Bowie. Nel secondo giorno della 15° edizione della Festa del Cinema di Roma, arriva l’opera molto attesa del regista Gabriel Range, che ha l’ambizione di raccontare una fase cruciale e meno nota del poliedrico cantante, ma "non una biografia in senso stretto dove a parlare sarebbero stati i suoi greteast hits" ha detto Range alla presentazione del lungometraggio. 

La storia. Il 24 enne Bowie - interpretato dall'attore-musicista Johnny Flynn - dopo il terzo disco The man who sold the world, cerca il successo in America, terra ancora stordita dalla rivoluzione rock n’ roll di Elvis ed ancora acerba per comprendere la sua creatività. Nel 1971, il cantante inglese lascia la moglie incinta in Inghilterra e si affida al pragmatismo di Ron Oberman (interpretato da Marc Maron) l’ufficio stampa della casa discografica Mercury, per trovare il suo posto nel mondo musicale oltreoceano. Ma Bowie deve fare i conti con la realtà e si esibisce in club con un pubblico composto da pochissime persone, si concede ad enigmatiche quanto fallimentari interviste, sprofondando sempre più nella depressione e nella paura di essere vittima del disagio mentale, come suo fratello Terry, ricoverato in un manicomio per schizofrenia. 

La trasformazione. Ma è proprio la disillusione di quel viaggio e le parole del suo ufficio stampa (“sii qualcun’altro”) a convincere Bowie del necessario cambiamento, come artista e come performer dal vivo. Ecco allora che Stardust racconta quella trasformazione avvenuta nell’arco di un anno, che trasformò Jones-Bowie in Ziggy Stardust, il primo di una serie di alter-ego che Bowie usò nella sua carriera. Il primo, che ne fece un’icona della musica, oltre il tempo.

Il regista. «Per ognuno di noi Bowie è stato un artista diverso a seconda del periodo, tutti i suoi alter-ego nascono in quel momento della vita - afferma il regista George Range, nel corso della conferenza stampa all'Auditorium - non era ancora famoso, aveva avuto solo un singolo di successo e 12 singoli passati inosservati. Quell'anno, il 1971, lui stava cercando la sua identità d'artista e di affrontare la paura reale della malattia mentale. E' curioso, che pochi conoscano la sua storia familiare, il fratellastro Terry che ebbe su di lui una grande influenza, gli fece conoscere la musica, gli comprava dischi, da giovane scoprì di essere schizofrenico, fu rinchiuso in un manicomio e David Bowie temeva di cadere come lui nella malattia».

Il protagonista. «Per me la cosa più importante è stata interpretare un essere umano, non un'imitazione di David Bowie» aggiunge il protagonista di Stardust, Johnny Flynn, perché «ognuno può tentare d'imitarne la voce. Quando incontrai il regista per la prima volta, capii che anche lui voleva raccontarlo in questa maniera. Bowie era un uomo vulnerabile, si sentiva perso, un fallito e doveva fronteggiare il timore della malattia mentale e i suoi demoni interiori. Per me la cosa più importante è stata evitare d'imitare, per questo ho fatto molte ricerche, ma volevo capire cosa provasse in quella fase della sua vita». Se il Bowie dopo Ziggy Stardust è universalmente noto, la carriera giovanile, prima della fama, è quella più misteriosa, ma il protagonista Flynn non ha dubbi. «Non credo che avrei voluto interpretare Bowie dopo gli anni di Stardust a meno che non fosse stato trattato in modo simile, perché è molto più divertente poter immaginare questa persona, con dilemmi e problemi, piuttosto che fare un elenco di quello che ha fatto. A me questo tipo di film non interessa. E' più interessante anche per i giovani artisti per capire come fosse la vita delle star prima che diventassero famosi».

Critiche dai fans. Il regista Range, alla domanda sul timore che i fans non accolgano con favore il racconto di Bowie, risponde: «non mi preoccupa l'aspettativa del pubblico. Non era quel film che volevo fare, magari potrebbe farlo uno Studio, io volevo farlo intimo, senza usare il catalogo dei grandi successi, sicuramente sarebbe bello, ma per me era necessario questo capitolo della sua vita. Noi abbiamo scelto di rappresentare questa fase della vita, per me era importante trovare un musicista come Flynn che potesse interpretare Bowie. E' un po' una lettera d'amore da cantante a cantante, e nutriamo una grande forma di rispetto nei confronti della sua arte». 

Rapporti con la famiglia.  Il figlio di David Bowie, Duncan Jones è un regista ma la produzione non ha chiesto il consenso ai familiari del cantante, come lascia intendere la risposta del regista: «c'è stato un contatto con gli eredi, ma grandi film su di lui non li vedremo. Il figlio ha detto che quel tipo  di film non si sarebbe visto, speriamo che Stardusta venga scoperto dalla famiglia».

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