Claudio Amendola: «Faccio cinema da 34 anni ma il set è rimasto un gioco»

Claudio Amendola: «Faccio cinema da 34 anni ma il set è rimasto un gioco»
di Gloria Satta
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Mercoledì 29 Marzo 2017, 19:10 - Ultimo aggiornamento: 4 Aprile, 05:55


Il Colosseo formato kolossal campeggia sempre sul bicipite destro. E sul polpaccio sinistro il tatuatore ha da poco inciso la faccia di Fabrizio De André: «Mi sono fermato alla terza media», spiega Claudio Amendola, «tutto quello che so l'ho imparato dai poeti come lui e Gaber». Il sole scalda, l'ansia dovuta alla nuova sfida, il film Il permesso - 48 ore fuori da lui diretto e interpretato, si stempera in un cappuccino e nel sorriso disincantato che il pubblico ama tanto. A 54 anni, tre eredi e due nipoti, alle spalle una carriera di figlio d'arte cominciata presto e proseguita in proprio, Amendola si prende il lusso di immaginare una vecchiaia da pensionato di lusso, «sempre meno lavoro e più viaggi con mia moglie Francesca Neri». Intanto, domani esce il suo film che, in una insolita Pescara notturna e maledetta, segue quattro criminali rilasciati dalla galera per 48 ore: lo stesso Claudio, Luca Argentero, Giacomo Ferrara, Valentina Bellé. Tutti personaggi al bivio, che hanno a disposizione un paio di giorni per riacciuffare la vita o perdersi per sempre.
 

 


La sua opera prima, La mossa del pinguino, era una commedia: perché ha virato sul noir?
«E' il genere che mi appartiene di più. Quando il produttore Claudio Bonivento mi ha portato questa nuova storia scritta da De Cataldo, mi sono entusiasmato e ho voluto metterci la mia impronta».
 
In che consiste questa impronta?
«Conosco bene certe realtà degradate e gli strati sociali più svantaggiati».

Ansioso di smarcarsi dal suo ambiente borghese?
«Nel lontano 1983, nel film Vacanze di Natale il ruolo del caoatto mi è venuto bene e mi sono detto: perché non sfruttarlo? Avevo visto giusto, funziona ancora».

I suoi genitori, Ferruccio Amendola e Rita Savagnone, erano grandi attori. Mai sofferto del complesso di figlio di?
«No, no. I miei mi hanno insegnato il rispetto per il lavoro di tutti. Mi hanno dimostrato che ogni successo di un attore va condiviso con tante altre persone».

A che punto ha ucciso, artisticamente suo padre?
«E' avvenuto naturalmente. Avevamo girato insieme diversi sceneggiati Rai, poi mi è passato davanti il treno della carriera solista e ho dovuto saltarci sopra».

E Ferruccio ne ha sofferto?
«Penso di sì, ma era anche soddisfatto dei miei successi. Considerava giusto che volassi da solo».

Oggi è soddisfatto di quello che ha costruito?
«Immensamente. All'inizio il cinema era un gioco, poi mi sono creduto bravo, ora sono nel mezzo: il mio lavoro è sempre un gioco che va preso sul serio».

Quanto conta la sua stabilità sentimentale?
«E' tutto. In vent'anni d'amore, Francesca mi ha cambiato la vita e si è sacrificata per il nostro rapporto. Ha fatto dei passi indietro per stare al mio fianco, sostenermi. Non le sarò mai abbastanza grato».

E' cambiato il suo rapporto con il denaro?
«Per forza. Ne ho sprecato tanto poi ho capito che il superfluo non serve. Barche, ristoranti costosi, spese pazze fanno parte del passato. Con l'età impari ad accontentarti dell'indispensabile».

Cosa le ha dato il successo della serie I Cesaroni?
«La popolarità presso i bambini. Inebriante».

La politica la interessa ancora?
«Aspetto, come tanti, che a sinistra del Pd succeda qualcosa. Non possiamo arrivare alle elezioni frammentati. Anche il tafazzismo della sinistra ha un limite».

E della sua Roma cosa si sente di dire?
«Non sono certo un fan della Raggi, ma diamole ancora una chance. Il marciapiede però non lo pulisco: pago le tasse, lo faccia chi deve farlo».
 

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