Casey Affleck: «Ecco l'Apocalisse: vivere senza donne»

Lunedì 4 Novembre 2019 di Gloria Satta

«Un mondo senza donne? Sarebbe un luogo orribile, sull'orlo della distruzione. E io ho deciso di raccontarlo sullo schermo per dare un'idea dell'Apocalisse», sussurra con la sua voce delicata Casey Affleck a Roma, dove ieri ha presentato il nuovo film da lui diretto e interpretato: Light of My Life, atteso in sala il 21 novembre dopo aver chiuso Alice nella città, la sezione autonoma e parallela della Festa di Roma. Sapientemente scapigliato, occhi chiari e innocenti, un Oscar come attore vinto due anni fa per Manchester by the Sea e un paio di denunce per molestie ricevute nel 2010 (ma in pieno terremoto #MeToo ha chiesto scusa alle vittime), il 44enne Casey, fratello dell'altro premio Oscar Ben Affleck, ha scelto ora di confrontarsi con un terrificante futuro distopico: il film ha per protagonista un padre in fuga tra i boschi con la figlia undicenne (l'esordiente Anna Pniowsky) dopo che un virus ha sterminato la quasi totalità della popolazione femminile in un mondo ormai alla deriva. 

Dopo Berlino, Light Of My Life sbarca anche a Roma

Come le è venuta l'idea?
«Light of My Life nasce da una delle storie della buona notte che raccontavo ai miei due figli quando erano piccoli. Ci ho messo un decennio a trasformarla in una sceneggiatura lasciando che riaffiorassero secondo un flusso spontaneo i miei stati d'animo, le conversazioni avute con i ragazzi, perfino le nostre litigate. E, soprattutto, le mie paure di padre». 
A quali paure si riferisce?
«A tutte quelle che noi genitori avvertiamo in questo mondo diventato ormai insicuro, o meglio pericoloso. Quando metti al mondo dei figli, cerchi di proteggerli da qualsiasi minaccia. E, se non ci riesci, li prepari a difendersi da soli come tenta di fare il mio personaggio. Ma il film non parla soltanto del rapporto che si stabilisce tra un padre e la sua bambina».
 

Quali sono gli altri temi che le premeva mettere in luce?
«La capacità di lasciare andare i figli per la loro strada, la perdita dell'innocenza, la diffusione delle armi, la piaga della violenza. Sono argomenti che hanno a che fare con i tempi in cui viviamo e con la natura umana, che è sempre protagonista delle mie storie». 
Perché, secondo lei, tanti film americani recenti descrivono un allarmente futuro post-apocalittico?
«Forse perché, nel mio Paese, in questo momento le aspettative rosee non sono tante». 
L'Oscar ha molto cambiato la sua vita, la sua carriera?
«Non in misura determinante. Ha però rappresentato il giusto riconoscimento per Manchester by the Sea, un'opera piccola e indipendente che tutti noi abbiamo contribuito a realizzare con grande amore. Possiamo dire tutto quello che vogliamo di Hollywood, ma premiandomi per quel film la Mecca del cinema ha dimostrato una buona dose di lungimiranza e sensibilità».
È alla sua seconda regia, dopo Joaquin Phoenix - Io sono qui!: sta perdendo la voglia di fare l'attore?
«Assolutamente no. Mettermi al servizio delle storie degli altri continua a piacermi, ma nello stesso tempo amo raccontare le mie stando sia davanti sia dietro la cinepresa. È un modo per parlare di me ed esprimere la mia personale visione del mondo». 
E quale sarebbe questa visione? 
«Quella di una persona abituata a stare ai margini. Come gli animali che furono tenuti fuori dall'Arca di Noé, so per esperienza cosa significhi non essere la prima scelta». 
Cosa rappresenta la giovanissima protagonista femminile del film?
«La nuova generazione che lotta per cambiare la società nel profondo. E lo fa, per fortuna, senza chiedere l'autorizzazione a nessuno».
Lei, che è stato denunciato per molestie, crede che il movimento #MeToo abbia davvero cambiato Hollywood? 
«Non ha cambiato soltanto l'ambiente del cinema, e sicuramente in meglio, ma l'intera società. La protesta delle attrici ha avuto un benefico effetto moltiplicatore sulla cultura e il costume del mondo intero». 
Come reagirebbe se qualcuno definisse Light of My Life un film femminista?
«Non sono così rappresentativo da esprimere un messaggio politico o, peggio, parlare a nome di tutte le donne. Ma se qualcuno affermasse che ho realizzato un film femminista mi sentirei sicuramente molto orgoglioso».

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